L’oppio degli intellettuali italiani e la fogna del pensiero unico

Articolo di Nicola Vacca

«Un paese senza politica» è la fotografia disincantata dell’Italia stretta nella morsa di uno spirito nichilista. È la descrizione di uno Stato e di una comunità che hanno smarrito la visione positiva del proprio futuro.

Viviamo in una Nazione che non è più capace di mettere un freno al proprio declino.

Ma senza dubbio siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida, abbandonato agli eventi, al giorno per giorno.

Nessuno è in grado di dirci qualcosa circa il futuro che lo aspetta, che ci aspetta. Nessuno vuole o sa parlare alla sua mente o al suo cuore. Non si vede la necessità di un futuro, come avvertì profeticamente Carmelo Bene.

Nessuno è capace di indicare, una via, un’uscita di sicurezza da questo sfacelo.

Mancano uomini e parole capaci di svegliare le coscienze italiche, intorpidite da un’invertebrata decadenza che sta distruggendo il profilo sociale, culturale ed economico della nostra Repubblica.

Il coma irreversibile nel quale il Paese è precipitato è dovuto all’assenza della politica nella sua accezione di «progetto per la città, un’idea del suo destino». Mancano prima di tutto gli intellettuali.

Dove sono finiti gli intellettuali? Quelli che non hanno paura di importunare il manovratore e schierarsi contro il nichilismo politico che prescrive per il Paese soltanto zuccherosi placebo a base di nulla. Li troviamo comodi nella fogna del pensiero unico.

L’intellettuale è diventato un fenomeno televisivo pericoloso, uno strano tipo di tifoso nel tempo del nulla delle idee, un partigiano di se stesso che sa solo accavallare le gambe nei salotti e invece di suonare l’allarme (come sosteneva Albert Camus) lo troviamo a parteggiare per il sistema che lo foraggia con esclusive rendite di posizione.

L’intellettuale non studia più, si fa studiare da chi lo vuole irreggimentare. E lui si presta a questo gioco al massacro, creando un precedente pericoloso: il silenzio assenso nei confronti del pensiero unico.

C’era una volta l’intellettuale scomodo, libero e indipendente, il nemico acerrimo di ogni pregiudizio e ipocrisia, l’intellettuale che derideva il potere e la borghesia con il suo empirismo eretico e che dipendeva solo dalla sua passione per l’indipendenza.

Oggi c’è un’abbondanza di intellettuali addormentati e narcotizzati dal potere. Da quanto tempo un libro, un film, una visione, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo?

La politica è morta, si è estinta anche la figura dell’intellettuale. Dalla torre d’avorio l’intellettuale è volato direttamente a corte, senza passare per il libero pensiero.

Intellettualini con le bretelle rosse, ospiti della cattiva maestra-televisione, che agitano la questione morale senza avere un’etica; presenzialisti, urlatori nei salotti televisivi con la verità in tasca da predicare, imbonitori di un opinionismo senza idee e che pontificano alla pancia di un’opinione pubblica sempre più amorfa e incapace di elaborare un pensiero critico.

Il comune denominatore dell’intellettuale dovrebbe essere l’eterodossia, come ha scritto Tomas Maldonado nel saggio Che cos’è un intellettuale?, pubblicato da Feltrinelli nel 1995 («Tutta la società è diventata a suo modo oracolare. Tv, radio, stampa, web fungono da oracoli del nostro tempo. I bisogni umani di divinazione, vaticini, responsi, predizioni, rassicurazioni, propiziazioni, norme di comportamento, un tempo soddisfatti (o quasi) dagli oracoli, sono ora compito dei media. È necessario mettere in salvo alcune delle funzioni tradizionali dell’ “intellettuale – sacerdote”. La sua morte potrebbe lasciar spazio alla nascita di un’altra figura: quella del filosofo, il cui impegno consisterebbe in una socratica destabilizzazione dei discorsi della polis. Il filosofo di domani dovrà rimanere fedele al suo ruolo di risvegliatore di coscienze»).

L’intellettuale, invece, ha deciso di morire ortodosso, diventando una minaccia per il libero pensiero.

Se ci guardiamo intorno, capiamo benissimo perché in questo stramaledetto Paese non c’è più spazio per i libri, le idee e le intuizioni intelligenti. Senza il primato della politica, quello che resta si è trasformato in un palcoscenico postmoderno e post ideologico occupato da signori e signorotti privi di scrupoli che coltivano ambizioni da principe.

Intorno a queste mezze figure si sono riuniti un numero cospicuo di intellettuali che si sono fatti completamente asservire. Hanno rinunciato a pensare per farsi assumere a tempo indeterminato dai cosiddetti nuovi principi, ai quali prestano volentieri la voce.

«L’intellettuale non si deve sottrarre all’impegno e, quando partecipa all’azione, ne deve accettare tutta la durezza». Così Raymond Aron ne L’oppio degli intellettuali rifletteva sul rapporto tra questi e la politica.

L’intellettuale vero è morto, invece è viva quella intellighenzia stipendiata che ogni giorno rinnega se stessa per servire il principe, piuttosto che combattere per la cultura e la civiltà del nostro Paese.

«L’intellettuale rappresenta la disgrazia più grande, il culmine del fallimento per l’homo sapiens». Cioran aveva capito tutto con la brevità di un aforisma. Questa disgrazia che è l’intellettuale è un vero e proprio incubo che corrisponde al sonno della ragione.

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