Emma: tra le righe di un libro

Emma: tra le righe di un libro

“Emma: tra le righe di un libro” è un racconto di Wanda Lamonica. In copertina una foto dell’autrice

“Hai letto il libro che ti ho dato?”     “Certo, perché me lo chiedi?”
“Così”, risponde Emma, scrollando le spalle. Osserva una formica gigante infilarsi in una crepa minuscola incisa nella terra secca.

“Vuoi che ti faccia un riassunto?”, le chiede in tono sprezzante Carlo, alzandosi dal muretto su cui si era seduto. Si scuote i jeans all’altezza delle natiche per togliere via un po’ di polvere. Afferra il casco, modello Capitan America , pronto per sgommare via con il suo scooter blu, mezzo scassato.

“Sempre a dubitare, stai”, rimprovera Emma picchiettandosi un dito su una tempia.

Sbuffa, prima di infilare le chiavi nel blocchetto, fare tanto rumore, troppo fumo. Infine, sparisce. Perché Carlo è bravissimo a sparire. Come lo sono stati Alex e Matteo, prima di lui. Come lo sono state le amiche del cuore, Lara e Sandra. Che le avevano voluto così bene da allontanarla, nello stesso momento, con un unico messaggio sul telefono: “Sei pesante, Emmy. Ti vogliamo bene ma non è più vita, con te.”

Emma rimane da sola, anche oggi. A guardare il paesaggio srotolarsi magicamente al di sotto del muro del belvedere come un arazzo pregiatissimo.

Eccola. La chiesa dove le suore ripetevano a pappardella lunghe preghiere in latino e obbligavano le bambine a mangiare frattaglie di pollo affogate nel brodo, il martedì sera.

Eccola. La piccola piazza del mercato, dove spesso Suor Clemenza le comprava le caramelle di liquirizia a forma di topolino. Eccole. I filari di viti che in autunno pennellavano di malinconia la Valle Lieta, con i loro colori dorati. Era di nuovo invisibile, Emma. Con quel suo modo sempre sgangherato e disperato di chiedere attenzione.

Per dire al mondo Io ci sono, senti cosa dico, guarda cosa faccio.
Del resto, sua madre l’aveva abbandonata al convento quando aveva solo tre anni.
Un ciondolo con un cuore.
Un ciondolo.
Con un cuore.
E basta.
Questo le aveva lasciato sua madre.

Ed Emma si era sempre chiesta quale messaggio indecifrabile contenesse quell’oggetto. Perchè il cuore? Perchè un ciondolo? Perchè un convento? Ma, soprattutto, perchè? Era di certo colpa sua se ancora non l’aveva trovata, sua madre. Emma l’imbranata, Emma l’imbranata.

Da lì, forse, la mania di lasciare tracce di sé ovunque. In una tristissima caccia al tesoro dove il tesoro era Emma e il suo mondo disastrato. Un biglietto del tram sul tavolo per dire Vado via, l’adesivo delle fate appiccicato sulla bocca per dire Oggi non parlo. La riga nera sotto gli occhi per sottolineare la sua anima incompresa.

Carlo le diceva “Ti amo” almeno tre volte al giorno, certo.

“Sono tutto orecchi”, la rassicurava, spesso. Ma per certe cose bisogna ascoltare col cuore, l’udito c’entra poco. Emma voleva amare ed essere amata. Dopotutto, non le sembrava una cosa così difficile. Persino Miao e Milù si amavano nel cortile del convento, miagolando felici. Eppure nessuno sembrava riuscire a realizzare quel suo desiderio semplice. Nessuno riusciva mai a toccare quel cuore così delicato, così tormentato, così pieno di assenze e mancanze senza aggiungere altre sofferenze.

“Tu stai fuori di testa”, le aveva detto una volta Matteo lasciandola davanti alla scuola, solo perché Emma gli aveva chiesto di presentarla come fidanzatina ai suoi genitori.

Fame. Fame d’amore. Quella che a volte lei reprimeva, digiunando. O che saziava troppo, fino a vomitare. Per esserci pochissimo, nel mondo. O per sbranarselo, finché poteva, per il solo gusto di rigettarlo subito dopo nel water.

E nel libro dato a Carlo, a pagina 125, eccolo, il pensiero scritto a matita, con parole piccole piccole, a fine pagina. “Solo se leggi qui, mi hai amata davvero. Sto qui. Tra le righe. A volte troppo piccola, scivolo giù. A volte, immensa, rimango sospesa.O incastrata. Fai tu. Ma se mi cerchi soltanto ora, è già tardi. Per te non ci sono più.”

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