Lacan e Bakunin: due “fantasmi” contro lo stress ideologico

Lacan e Bakunin: due “fantasmi” contro lo stress ideologico

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Leggere Lacan” di Slavoj Žižek, Bollati Boringhieri, 2009 e “Stato e Anarchia” di Michail Bakunin, Feltrinelli, edizione 1969

Ripescare dalla propria libreria un saggio di Slavoj Žižek su Lacan e un classico del pensiero politico come “Stato e Anarchia” di Michail Bakunin; rileggere con spirito adulto entrambe le opere e notare che la fluidità con cui si attraversano le pagine è migliorata rispetto alla prima volta; finire i due libri nell’arco di dieci giorni, ammettendo a sé stessi che certe cose non “muoiono”, semplicemente riposano “inconsce”.

La prima lettura di questi due i testi avvenne nel 2012 per fame di conoscenza, mentre oggi è l’istinto di autodifesa dal piattume contemporaneo a guidare il ripasso. Può darsi anche che sia avvenuto per altri motivi. Certamente, è rimasta immutata la parola che me li fece accostare. D’altronde, Lacan è uno dei più controversi psicanalisti del Novecento, mentre Bakunin è il padre dall’anarchismo.

Il mio immaginario legò questi due personaggi attraverso l’idea del “Grande Altro“, quel contesto sociale-simbolico nel quale nasciamo, ci formiamo e che ci fa essere in un certo modo. A lui obbediamo, a lui paghiamo dazio sia nel bene che nel male. Il simbolico detta il nostro linguaggio e tante altre cose. Bisogna prenderne coscienza.

Ora, questo è un concetto bellissimo di Lacan, ma che c’entra con Bakunin? Diciamo che anche lui, pur tenendosi a distanza da Marx, sosteneva che il popolo può fare la Rivoluzione Sociale solo se prende coscienza del proprio potenziale, capendo fino in fondo quali sono i propri diritti.

Quindi, prendere coscienza vuol dire risvegliare quel qualcosa di rimosso che se ne sta nel nostro inconscio, dandogli un nome e un cognome, liberandolo dal suo status fatasmagorico?

Fantasmagorico! Ecco un altro concetto di Lacan che posso unire al discorso che sto facendo su Bakunin: il fantasma. La realtà è così traumatica per noi che ogni oggetto diventa digeribile solo nel momento in cui il soggetto-fruitore ci mette intorno il suo “fantasma”. Stando così, la nostra realtà è frutto della nostra immaginazione, o meglio dire è una sequenza di belle allucinazioni?

Arrivati a sto punto, Lacan ha ragione pure quando sostiene che «il rapporto sessuale non esiste»? Perché? Perché, quando penetro o mentre la mia partner mi accoglie, entrambi pensiamo a qualcos’altro che ci renda reciprocamente sopportabili. Insomma, ci completiamo solo se aggiungiamo un pezzettino di ciò che abbiamo immaginato. Da persone diventiamo oggetti. E poi, quando non sopportiamo più, quando anche la nostra immaginazione fa cilecca, allora esplodiamo?

Be’ sì! Bakunin poneva tra gli elementi che alimentano la rivoluzione la disperazione. La disperazione è una forza creatrice, quindi complice della nostra immaginazione. È persino capace di trattenere gli istinti ribelli e di farci giustificare ciò che subiamo. Però, quando viene meno combiniamo qualcosa di traumatico, come la rivoluzione. Capito che giro? Siamo proprio strani noi esseri umani.

Siamo così invischiati nel “Grande Altro” che persino i nostri desideri sono guidati da lui, anche se pensiamo che essi sgorgano dalla nostra intimità più pura. Allora, penso a Bakunin e mi chiedo: «Chissà quale “Grande Altro” guidava la sua sete di distruzione dello Stato, visto che anche lo Stato è una delle grandi incarnazioni del “Grande Altro“». Magari Lacan e Bakunin erano gemelli distanti nel tempo; o forse due fantasmi con cui travestiamo cose che in fin dei conti già sappiamo. Dopotutto, penso che ognuno di noi, se si abbandona alla catarsi, capisce che non tutte le cose avverse sono vissute da noi come una disgrazia

Pensare che Bakunin ce l’aveva pure con Marx. Secondo lui, infatti, il teorico del Comunismo avrebbe costruito un sistema statalista, quindi regolato dall’alto verso il basso, in cui alla fine c’era sempre una classe privilegiata che sottometteva il popolo. Cacchio, mica aveva torto il buon Bakunin, alla fine i “comunismi” si sono trasformati in stati polizieschi e dittatoriali.

Lacan pure sosteneva che tante cose cattive, sadiche, che compiamo – un caso estremo sono le azioni dei fanatici – sono frutto della nostra reificazione che ci rende oggetto dei desideri del Grande Altro. Prendiamo un terrorista islamico, lui dice che si fa saltare in aria o uccide nel nome di Dio. Lui quindi è un oggetto tra le mani dell’Onnipotente e Dio è una delle migliori incarnazioni del Grande Altro.

Anche i nazisti dicevano che erano fedeli al patto d’onore suggellato con il partito e con il loro capo. Infatti, molti di loro, appena appresa la notizia che Hitler era morto, si suicidarono perché non potevano vivere in un mondo senza nazionalsocialismo.

Quindi è vero che lo Stato va eliminato e che l’organizzazione della società deve partire dal basso, affinché non vi sia nessuna classe privilegiata? Certo, di questi tempi, con questi cambi di casacca, Bakunin sarebbe diventato un neoliberista al grido di «Lo Stato è il problema», mentre Lacan sarebbe stato un influencer, anzi un mental coach.

E dopotutto possiamo ridere di tutte queste cose e lasciare in pace, per primo io, sia Lacan che Bakunin?

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