Il dolore degli altri: De Marco e l’invisibile sofferenza

Il dolore degli altri: De Marco e l’invisibile sofferenza

Articolo di Daniela Grandinetti. In copertina: Il dolore degli altri” di Rosy De Marco, Castelvecchi editore, 2026

Ho finito di leggere “Il dolore degli altri” di Rosy De Marco (Castelvecchi Editore) alla sua prima prova e sono rimasta sinceramente ammaliata dalla scrittura e dalla trama.

Mi sono avvicinata a questo libro con curiosità e timore: curiosità per l’esordio dell’autrice e timore per il contenuto che nella premessa non mi sarebbe stato congeniale: temo le storie di violenza esplicita, le vivo sulla pelle, sto male, mi provocano disagio. E non sempre ne ho voglia.

Per spiegare perché invece il libro mi ha risucchiato comunque dentro un pozzo nero senza creare scompensi, ma anzi, legandomi alle pagine, dovrei svelare dettagli della trama, ed è una cosa che non mi piace fare.

Mi limito ad accennare ciò che si trova nella seconda di copertina: una coppia senza figli, un giorno lui si accascia sul pavimento di un supermercato e viene salvato dall’intervento di uno sconosciuto. Dopo l’ospedale e le cure rientra a casa e la vita della coppia sembra riprendere secondo il vissuto quotidiano così com’è sempre stato.

Ma è accaduto qualcosa, e quello sconosciuto entra nelle loro vite facendo emergere tutte le contraddizioni e i comportamenti anomali di una coppia solo apparentemente normale.

Ed è qui che l’autrice mostra il suo talento in una costruzione narrativa che ti tiene sempre sull’orlo del baratro, con la sensazione che debba accadere qualcosa, una reazione momentanea o un’azione irreparabile.

In realtà è il gioco delle parti: la vittima e il suo aguzzino. E così le pagine a imbuto vi risucchiano in questo vortice senza che ve ne rendiate conto, si scivola dentro la storia.

Ciascuno di noi ha sepolto da qualche parte un dolore e nell’acquisizione della conoscenza del dolore dell’altro spesso noi amiamo, soprattutto noi donne, diciamolo, con quel dannato istinto materno che ci porta ad accogliere, a giustificare, a leccare le ferire altrui e ritenerci così indispensabili. Crediamo che dall’altra parte sia la stessa cosa, che anche l’altro sia disposto a riconoscere la nostra maschera sotto la quale si cela un trauma, una ferita, una spaccatura.

Diventiamo Ingrid Bergman nel famoso film di HitchcockIo ti salverò” e la nostra unicità, soprattutto quando manipolata da una personalità narcisistica, sta in quell’atto di salvezza che noi soltanto possiamo compiere, non altri. Come nel film è l’amore incondizionato che salva Gregory Peck, il metodo scientifico (in quel caso la psicoanalisi) viene dopo, e da solo non basta.

Il pozzo nero che lo sconosciuto apre nella dinamica della relazione dei protagonisti del romanzo è la falla che rivela che lui, non lei, ha avuto quel potere salvifico. Lei a questo punto si sente defraudata del suo scettro e mette in discussione tutto, perfino se stessa, perché il marito è bravo a ripeterle “Lui, non tu, mi ha salvato.” Lui, lo sconosciuto, che pure non sa niente, non conosce niente.

Rosy De Marco ha scritto un romanzo molto bello, con un stile teso, come tenesse in mano un arco, e noi stiamo in attesa del momento in cui scoccherà la freccia chiedendoci chi e quando colpirà per primo.

Il dolore degli altri” è un romanzo psicologico sì, ma con una voce unica e personale, del tutto originale, che rende questa storia affatto scontata.

“Quella che avrebbe dovuto essere una beata sensazione di svegliarmi al tuo fianco dopo i giorni appena trascorsi, divenne ansia stringente, gravame sul petto. Un’apprensione improvvisa e ingiustificata che si traduceva in una sensazione incontrollabile di claustrofobia. Come fossi murata in una stanza”.

Il dolore degli altri, l’invisibile peso della cura. Ma c’è anche il nostro dolore nella fragilità di quel confine.

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