Agricoltura: l’odore dei granai è solo una romanticheria?

Puntare sull’agricoltura è una romanticheria o può essere una medicina contro un futuro sempre più alienante? Dati alla mano, Guido Borà fa un dettagliato quadro della situazione. In copertina una foto del centro storico di Scalea, in provincia di Cosenza, scattata dall’autore
Immaginate di essere appena tornati da una fugace visita in una località turistica (nel caso specifico Scalea, in provincia di Cosenza) e un vostro conoscente affermi convinto che in quel luogo un tempo l’agricoltura era fiorente e che questa sarebbe stata la vera ricchezza (usando le sue parole, sarebbe dovuta restare agricola).
Per contestualizzare queste affermazioni, ricordo che, negli anni ‘30 del Novecento, la valle del Lao e il fiume Abatemarco, in provincia di Cosenza, furono interessati da un intervento di bonifica integrale che sanificò il territorio da paludi e acquitrini. L’agricoltura ne fu avvantaggiata, grazie allo sviluppo di impianti irrigui consortili che liberò i contadini dalla schiavitù del turno settimanale di irrigazione.
A questo punto, consentitemi una piccola digressione: quando passate in zone di pianura, fate caso se scorgete alberi di eucalipto; sono un segnale inequivocabile di un intervento umano. Questi alberi, con le loro grandi e profonde radici, contribuiscono a mantenere asciutte le terre in precedenza bonificate o ancora da bonificare.
Nonostante il nostro Paese sia ancora uno delle maggiori economie industrializzate dell’Occidente, il mito dell’agricoltura come fonte di ricchezza nazionale è duro a morire. Convinzioni individuali (secondo l’Indagine Eurispes-Confagricoltura del 2022, l’86 percento degli italiani considera l’agricoltura “una parte fondamentale dell’economia”) e retorica nazionale (Coldiretti sostiene artatamente che il cibo possa valere il 30 percento del Prodotto interno lordo) favoleggiano su una presunta forza economica di questo settore che, se efficacemente supportato, diverrebbe volano della crescita.
L’agricoltura conviene?
Quando viene posta la seguente domanda: quanto pesa l’agricoltura sull’economia nazionale? Le risposte sono tra le più disparate, ma, facendo una media, si arriva al 20 percento del Pil. Invece — e qui scatta la delusione sul viso di coloro che vengono a conoscenza delle cifre corrette — la quota del valore aggiunto del settore primario (foreste, agricoltura e pesca) ha superato di poco il 2,4 percento del Pil nel 2024, evidenziando come, al contrario di quanto si creda, sia residuale (in altri Paesi come Usa, Germania e Francia questa percentuale è ancora più bassa: rispettivamente 0,8 percento, 0,9 percento e 1,4 percento).
Ma i problemi non sono finiti qui: rispetto ad altri Paesi, l’agricoltura italiana, dal lato della produzione, soffre di un grave problema strutturale, in quanto la proprietà è polverizzata in piccole e piccolissime aziende. A fronte di una grande distribuzione (Gdo) sempre più concentrata, gli agricoltori non hanno il potere di fissare i prezzi (si parla di monopsonio o oligopsonio). Su questo problema è in corso un’indagine da parte dell’Agcm (l’antitrust italiana) sull’incremento di prezzi dei generi alimentari registrato tra il 2021 e il 2024, pari a più 24,9 percento, contro il 17,3 percento dell’inflazione generale. Il differenziale di 8 punti percentuali potrebbe essere riconducibile in parte al potere di mercato della GDO.
Proprio per la struttura polverizzata delle aziende agricole, la produttività è molto bassa: nel 2024 il valore aggiunto (2,4 percento sul totale) era prodotto dal 3,6 percento degli addetti (erano il 42,2 percento nel 1951). Da cui, il valore aggiunto per occupato dell’agricoltura è 61.100 euro, mentre quello dell’economia in generale è di 91.600 euro. Il che significa che un occupato in agricoltura mediamente produce il 33 percento in meno di una qualsiasi addetto di un altro settore.
La zappa è solo un attrezzo romantico?
Un altro elemento di debolezza è la dipendenza da contributi e sussidi pubblici, sia a livello europeo sia a livello nazionale: nel 2024, a fronte di un valore aggiunto di 50,4 miliardi di euro, sono stati erogati contributi della Politica agricola comune (Pac, primo e secondo pilastro) e finanziamenti nazionali per un totale di circa 7,4 miliardi di euro, il 14,7 percento circa. Da quanto descritto fino adesso, è evidente che gli agricoltori sopravvivano a causa di margini estremamente ridotti.
Il mercato del lavoro è particolarmente frammentato, con un’elevata percentuale di manodopera occasionale non qualificata. Da dati Inps e Confagricoltura, nel 2024 il 90 percento degli operai erano braccianti giornalieri (900mila), di cui 400 mila stranieri. Il reclutamento rappresenta una nota dolente, una piaga illecita mai debellata, in quanto il principale intermediario tra domanda e offerta di lavoro è ancora il caporale. Si stima, inoltre, che vi siano circa 230 mila lavoratori irregolari (definiti in condizione di grave sfruttamento dall’Osservatorio Placido Rizzotto) che percepiscono salari, quando va bene, di 4 euro all’ora. In alcune aree più critiche si registrano concentrazioni molto alte di irregolari: oltre 10mila nella Capitanata, circa 12mila in Calabria, 8-10 mila in Piemonte e oltre 6mila in Trentino.
Concludo con tre episodi recenti di violenza inaudita, perpetrata nei confronti di alcuni braccianti agricoli extracomunitari: il 2 giugno 2018, a San Calogero (Vibo Valentia), Soumaila Sacko, bracciante maliano e sindacalista, fu ucciso a fucilate mentre recuperava lamiere per la baraccopoli di San Ferdinando. Nel giugno 2024, a Latina, un bracciante indiano, Satnam Singh, è morto dopo essere stato abbandonato davanti casa con un braccio amputato da un macchinario, senza soccorso dal datore di lavoro. Il 1° giugno 2026, ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti migranti (Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad) sono stati bruciati vivi in un minivan da due caporali pakistani.
Per cui, senza fare di tutta l’erba un fascio, dobbiamo andare proprio orgogliosi di questo settore?
