Canti Orfici di Dino Campana: lo stile di un immortale maledetto

Dino Campana nasce a Marradi, in provincia di Firenze, nel 1885. Frequenta le scuole a Faenza e a Torino. Si iscrive a alla Facoltà di Chimica ma non concluderà gli studi. Verso il 1900 iniziano i primi segnali di squilibrio mentale che lo allontanano dalla famiglia portandolo a condurre un vita errabonda. Viene arrestato più volte e anche internato in manicomio. Frequenti sono i suoi viaggi all’estero fra il 1903 e il 1918: in Europa, in Russia e in sud America. Per mantenersi svolge i lavori più disparati: pianista di bordello, manovale, sterratore, pompiere e persino suonatore di triangolo.
L’opera principale di Dino Campana? Canti Orfici, il cui manoscritto viene consegnato a Giovanni Papini e ad Ardengo Soffici, direttori della rivista “Lacerba“. Il manoscritto viene perso da quest’ultimo e sarà ritrovato solo negli anni ’70. Il poeta non si perde d’animo, lo riscrive a memoria e lo pubblica a sue spese nel 1914 col titolo di Canti Orfici, anche se il titolo originario era “Il più lungo giorno“. Ha una difficile relazione con la scrittrice Sibilla Aleramo, ma nel 1918 viene rinchiuso in manicomio dove resterà fino alla morte, avvenuta nel 1932 per una setticemia.
Questo grande poeta, senz’ altro da considerare ai massimi vertici del Novecento per il linguaggio assolutamente lirico pieno di immagini straordinarie, viene considerato da alcuni un “poeta visionario“, mentre da altri “poeta visivo“, in quanto esprime una poesia ricca di simbolismo e di espressionismo. Dino Campana è l’artista italiano che più di tutti esprime quel filone di poeti cosiddetti “maledetti”, cioè disadattati, non in armonia con il loro tempo, anche se cercò d’integrarsi nel proprio ambiente.
La follia di cui era affetto non si può però considerare la causa della poesia, bensì tutto il contesto della sua epoca, priva di valori effettivi come il primo Novecento, pensiamo alla “Morte di Dio” di Nietzsche. Il titolo Canti Orfici è dato dall’aggettivo che esprime una poesia misteriosa, che s’identifica con il tutto e quindi come verità. Poesia visiva, per l’appunto, che è la definizione più adatta per i suoi componimenti, perché i versi nascono da singole o brevi percezioni, da profumi, da suoni, immagini mentali, ideali, frutto della sua fantasia.
Ecco alcuni esempi:
Pensare nel languore/Catastrofi lontane/mentre colle sue antenne e le sue luci un grande/Cimitero il tuo porto
In un momento/sono sfiorite le rose/i petali caduti/perché io non potevo dimenticare le rose/col nostro sangue e colle nostre lacrime facevamo le rose/che brillavano un momento al sole del mattino
Acqua di mare amaro/ che esali nella notte/ verso le eterne rotte/ il mio destino prepara/ mare che batti come un cuore stanco/ violentato dalla voglia atroce/ di un Essere insaziato che si strugge…
Anche il viaggio è uno dei temi preminenti in i Canti Orfici di Dino Campana. Viaggio sia reale che onirico come quelli in Argentina o in città italiane quali Faenza, Firenze, Genova e Bologna.
Ecco alcuni versi in cui appaiono città fantastiche: Noi vedemmo sorgere nella luce incantata/una bianca città addormentata/ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti/Nel soffio torbido dell’equatore.
E che dire anche dei temi quali il buio, la notte: Chi le taciturne porte/guarda che la notte/ ha aperto sull’infinito?
Nella notte, per il poeta, emerge il mistero che si celebra o si chiarisce. In conclusione per Dino Campana la poesia ha una natura “visiva” non visionaria, che è altra cosa, e orfico assume il significato che la poesia è divina, misteriosa. Egli nelle proprie riflessioni scriveva: “Ad ogni poesia fare un quadro“. Figure e suoni prima che diventano parole.
