La città del Sole: sigilli dell’utopia

Recensione di Gian Mario Quinto. In copertina: “La città del Sole” di Tommaso Campanella, a cura di Stefano Cazzato, con un saggio di Alfredo Imbellone, Isolario Edizioni 2026
“L’utopia del Rinascimento è il cielo secolarizzato del Medioevo” scriveva Horkheimer in un testo giovanile dedicato agli inizi della filosofia borghese della storia in cui trova forse già incubazione il cuore della futura teoria critica. Il fondatore della Scuola di Francoforte indicava la naturale ambivalenza di ogni pensiero utopico, almeno per come emerge in Moro e Campanella: “critica di ciò che è e rappresentazione di ciò che dovrebbe essere”. Una duplicità che se da un lato sfugge all’apologia dell’esistente, mostrando lucida consapevolezza circa la miseria reale dell’ordinamento borghese in statu nascenti, dall’altro non evita il misconoscimento del processo storico-politico che potrebbe sopprimerla: il sogno egualitario è sempre proiettato in isole lontane.
Della stagione dell’utopia – come tópos letterario non meno che come nucleo di verità – il celebre trattato di Campanella è uno dei punti di massima espressione. Appare così assai meritoria la pubblicazione di una nuova edizione dell’opera, edita da Isolario Edizioni, splendidamente curata e introdotta da Stefano Cazzato e arricchita da un ampio saggio storico-epistemologico di Alfredo Imbellone.
L’introduzione di Cazzato (Utopie, pp. 5-19) – che per ricchezza di riferimenti si pone come sintesi del concetto stesso dal Cinquecento a oggi – insiste con ragione sul momento internamente “tensionale” dell’utopismo campanelliano, che non ha nulla di ingenuamente palingenetico, evita illusioni storicistiche o prospettive teleologiche e trova il suo punto di svolta in una sorta di immaginazione produttiva che muove dalle contraddizioni del reale per tematizzarne la possibile alterità: “l’utopia è una riserva di senso, di ipotesi, di possibilità, di scenari, di prospettive non ancora sperimentate – scrive Cazzato – e non ancora condannate dalla storia, perché solo ciò che è stato si può giudicare e non quello che sarà. È l’altra strada, quella che non abbiamo intrapreso, la cui esistenza ci è stata nascosta e dalla quale, forse, qualcosa si può imparare” (p. 15).
Una strada “altra” è anche quella che percorre Imbellone ricostruendo il ricchissimo sfondo scientifico su cui si muove il testo di Campanella (Natura, sapere e utopia in Tommaso Campanella, pp. 21-48): la crisi dell’aristotelismo scolastico, la compresenza di eredità magico-platoniche e attrazione per gli sviluppi della matematizzazione galileiana, ma anche la paura, la morte, la censura (dal rogo di Giordano Bruno alla condanna dello stesso Galileo) costituiscono la base di un incredibile mix di prospettive. La provenienza teologica (Campanella domenicano come Bruno), l’eredità di Telesio, la saldatura tra filosofia della natura e prassi orientata alla costruzione di un nuovo ordo politico tratteggiano un pensiero “liminare” in cui la critica della tradizione aristotelica si giova della rivalutazione del sensibile, mentre una natura dinamica e vivente si fa nutrimento di un’inedita politica del sapere: la “mediazione tra scienza e teologia, innovazione e tradizione, osservazione empirica e visione unitaria del reale” (p. 36) svela la Città del Sole come geniale tentativo di traduzione politico-pedagogica volto a naturalizzare l’ordine sociale schiudendo uno spazio “integralmente conoscitivo” ma non libresco, che si traduce nel sogno di un’esposizione visiva e ordinata del cosmo.
Di lì a poco, come sappiamo, quest’utopia lascerà il campo ad una visione più luttuosa e francamente irredimibile dell’universo, quella disperazione che Benjamin sintetizzo magistralmente nel detto per cui “il Rinascimento esplorava l’universo, il Barocco le biblioteche”. È il momento in cui il sapere si perde nella cogitatio melancholica di ogni Amleto moderno, impotente di fronte alla molteplicità di simboli, emblemi e figure in cui si polverizza l’unità della natura rinascimentale. La malinconia inaugurata dal tramonto delle utopie diverrà poi sguardo sempre più cupo sulla pluralità degli oggetti mondani, sui segni dell’effimero – un mero sfondo allegorico per la costruzione soggettiva del mondo. All’uomo del tardo Seicento – così come, nei secoli successivi, più amaramente, agli “scrittori neri” della borghesia, da Sade a Nietzsche – non appariranno realistiche né la sostanza etica né l’utopia conoscitiva dell’esistenza: “l’éidos – il Sole di Campanella, si direbbe – si oscura, la similitudine vien meno e il cosmo in ciò s’inaridisce”, si legge in passi celebri del saggio benjaminiano sul Trauerspiel.
Non però di necessità – sappiamo ormai anche questo – il momento liminare dell’utopia, così come la sua costitutiva tensionalità, dovrà arrendersi ad un destino di catastrofe: non solo nello spirito dell’utopia primo-novecentesco, su cui insiste a ragione Cazzato, ma anche nella freddezza ironica dell’attuale società post-secolare può sempre risuonare l’immagine dialettica con cui lo stesso Benjamin sigillò il saggio sulle goethiane Affinità elettive: “solo per chi non ha più speranza, è data la speranza”. In questo spazio potenziale, senza paura di rischiare la figura del collezionista di farfalle di cui parlava Adorno, quello che ancora si commuove ascoltando Schubert, possiamo di nuovo guardare con interesse al capolavoro di Campanella.
