Manuale del boia: Duff e l’arte dell’impiccagione

Manuale del boia: Duff e l’arte dell’impiccagione

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Manuale del boia” di Charles Duff, Adelphi, edizione del 1998

In Inghilterra, l’impiccagione dei criminali doveva essere qualcosa di tremendamente serio, visto il modo in cui Charles Duff ne parla nel suo pamphlet. Certamente, il tono è ironico, tant’è che ci sembrerà di trovarci davanti a un’apologia della pena di morte, invece siamo di fronte a una dura reprimenda.

Lo stile è tutto e questo libro lo dimostra. Il modo in cui l’autore ci racconta di questa pratica brutale coinvolge e interroga. “Manuale del boia” uscì per la prima volta nel 1928, ma l’edizione che ci propone Adelphi è quella del 1948 nella sua forma riveduta e ampliata.

Teniamo conto che in Inghilterra la pena di morte fu abolita definitivamente nel dicembre del 1969, dopo la sospensione decisa nel 1965. Non va dimenticato però che le ultime esecuzioni ci furono nel 1964. Questo per quanto riguarda il reato di omicidio, perché per due reati non comuni, quali pirateria e tradimento, fu eliminata solo nel 1998. Ma se andiamo a vedere, anche in altri paesi europei la sua abolizione è pressoché recente.

Duff colse una certa passione tutta inglese per l’arte dell’impiccagione, nonché per il boia, innalzato quasi a figura mitologica. Il bello di tutta la faccenda è che, da buon giornalista, lui scrisse questo libro non solo per informare ma soprattutto per alimentare il dibattito in maniera intelligente, mettendo in luce paradossi e ipocrisie del caso.

Duff portò a galla gli studi che gli stessi boia effettuarono affinché l’esecuzione fosse indolore. L’obiettivo era che tutto si concludesse velocemente con la frattura dell’osso del collo e non con un “disumano” strangolamento. Per avere questo risultato, partendo dal peso del condannato, l’esecutore calcolava la lunghezza della corda e per quanto dovesse cadere il corpo del criminale.

Logicamente, errare è umano, quindi ci sono state delle volte in cui le cose non sono andate lisce. Duff ci racconta di quando, purtroppo, il collo dell’impiccato non si è spezzato subito, o di volte in cui, a causa del peso eccessivo del condannato, la testa si è staccata dal corpo. Insomma, il “Manuale del boia” sa come strapparci un sorriso anche parlandoci di dettagli macabri. La cosa che però dovrebbe farci pensare è che non c’è nulla di inventato.

A modo suo, l’autore smaschera tutta l’ipocrisia che si celava in quegli anni e che era caldeggiata dai conservatori. A colpi di statistiche viene pure dimostrato che la pena di morte non fu capace di limitare gli omicidi. Ma al di là di tutto, perché dovremmo leggere questo libro? La risposta è semplice: ancora oggi, nonostante l’Europa abbia bandito la pena capitale, il giustizialismo si abbatte soprattutto sui più deboli.

Non è l’inasprimento delle pene che cambia la società, ma è la comprensione di determinati fenomeni che spinge a una progressiva emancipazione. La prevenzione ha sempre un suo valore. Se è vero che la pena capitale sia solo un ricordo della storia europea, non si può negare il ritorno di un certo fascino verso “il pugno di ferro“.

Duff non risparmia, sempre ironicamente, attacchi feroci ai poteri forti. La forza di libri del genere è che fanno riflettere con leggerezza su temi importanti; pratica che, ahinoi, è caduta in disuso.

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