Un tovagliolo pieno di ciliegie

Un tovagliolo pieno di ciliegie

“Un tovagliolo pieno di ciliegie” è un racconto di Saverio Di Giorno. In copertina una foto dell’autore 

Uno dei viaggiatori ringraziando per le ciliegie le dice «io sono di Roma» e la donnina risponde con uno sguardo di meraviglia: «Roma, vedi il papa… che bella, l’ho vista in televisione» E poi sollevando le spalle: «Io sono di Catanzaro». Quasi a scusarsi di non poter contrapporre al papa e ai monumenti qualcosa di meglio. Lei alla Cappella Sistina contrappone un grappolo di ciliegie. Poi le spalle ricadono sotto il peso dei sensi di colpa dei calabresi.

Vale la pena raccontare di questo dialogo non tanto perchè una donna di Catanzaro è riuscita a offrire un tovagliolo di ciliegie a un cosentino, che – posso assicurare a chi legge fuori dalla Calabria – è già tanto. Non tanto perchè alla fine di questo incontro, è parso che Catanzaro (per un attimo solo!) fosse una sorta di luogo da vedere assolutamente. Quanto perchè questa donna, aggrappata in piedi su una carrozza di un treno, con un tovagliolo di ciliegie in mano, ha ridato dignità a tutti i meridionali del mondo.

Il treno nel quale avviene questo dialogo è esattamente il solito che ci si figura quando si dice treno in Calabria. Che non è mai solo un mezzo di trasporto, ma pure un sentimento: la nostalgia o il distacco; è un tempo: quello dell’attesa; è un colore: quello azzurro del mare sulla destra; è un misto di sensi: puzzo di sudore e piscio alternato a qualche cibo. È esattamente quel treno in ritardo. Quello colonizzato da buste di plastica e valigioni incastonati in ogni rientranza tenuti fermi con una gamba o un piede a formare una giungla di jeans e calzini. É esattamente quel treno nel quale l’aria condizionata è presente a carrozze alterne. Quelli che viaggiano da sud a nord popolati quasi principalmente da ragazzi che vanno nelle città universitarie e venditori ambulanti carichi di bustoni e biciclette. Il treno di questo incontro è esattamente questo.

In questo mosaico di cuffiette, buste, cappellini è incastonata una vecchina. Quasi non si vede, sprofondata nel suo posto, per quanto è minuta, ferma e silente. Una vecchina. E forse vale la pena spendere qualche riga in più su questa parola: vecchina. Il volto di questa donna, infatti, anche in questo caso, è esattamente l’immagine che ci si figura quando si dice vecchina. Si è detto appunto minuta, leggermente ricurva. La pelle chiara e raggrinzita che ormai si appoggia sulle braccia sottili come fosse un velo e si accartoccia sugli occhi quasi a nasconderli. Gli occhi emergono dal volto stropicciato dal tempo e non stanno mai fermi. Sorride. Ascolta e sorride, come fanno sempre le donne meridionali. Nei loro cantucci. Che guardano e sorridono complici ai nipoti. Come è scritto della madonna nei vangeli: che osserva. E perdona.

Quello che questa donnina si appresta a fare nel treno è un elenco di gesti. Una coreografia di movenze che escono naturali solo a quei corpi abituati a frequentare chiese, terre e cucine. Ancora una volta: esattamente quei gesti che ci si aspetta da una anziana meridionale. Un manuale antropologico che rivela un preciso codice di comportamento che sembra provenire da un altro mondo. Arcaico, lontano e fuori dal mondo in quella giungla di jeans e cuffiette. Quel mondo che la guarda sorridendo e le pare buffa e tenera. É l’ora del pranzo e dopo aver mangiato dentro un tovagliolo di carta una frittata, tira fuori un «cappello pieno di ciliegie». Si alza con la leggerezza di una ballerina, che sarebbe potuta volare a terra appena qualcuno avesse aperto un finestrino. Invece comincia a percorrere tutta la carrozza come fosse su una scarpata di vigna nelle quali queste vegliarde sono capaci di arrampicarsi anche il giorno prima di morire. Ci sono le «ciliegie da finire».

Prima regola. Il cibo si divide sempre, specie quello della terra, e quello certamente lo è. Sono ciliegie della sua terra, a Catanzaro, specifica e infatti sono grandi e rosse. Te le offre, aspetta che le mangi e che le dici che sono ottime. Soprattutto che noti che sono diverse dalle altre. Questa è la cosa più importante: il riconoscimento della diversità. E così questa vecchina resiste in piedi alle frenate e all’omologazione dei prodotti del mercato. Seconda regola: quelle ciliegie «sono da finire». Nel suo codice di comportamento l’avanzo, lo spreco non è contemplato. Una sola eccezione è consentita nel caso non ti piacciano. In quel caso avrai uno sguardo dispiaciuto e quasi le scuse. Ma questo non succederà mai perchè la trappola è fine, comincia con «Dai finiamole, così non le porto dietro che sono pesanti», allora le mangi anche più del dovuto fino a che non ti fermi, «Ma non ti piacciono? Perchè l’hai lasciata?», ma non daresti mai nessun dispiacere a una vecchina che si è alzata apposta per te e ti sta offrendo una mano di ciliegie.

Di colpo con questo scambio ci si ritrova piccoli, nelle tavolate con i nonni, le portate infinite e le corse nei piazzali. Ci si ritrova, si intende, per chi ha avuto la fortuna di crescere al sud. Quelle ciliegie sono la porta aperta su quel mondo e scopriamo appunto che è una nonna di Catanzaro che va a trovare i nipoti che studiano a Milano, forse per la laurea. Ma come ogni regola di ospitalità vuole, l’ospite deve ricambiare tanta gentilezza. E quindi i viaggiatori, ormai divenuti tutti nipoti temporanei di questa nonna, cominciano a raccontare le loro di storie. E lei risponde spalancando gli occhi e meravigliandosi. La meraviglia è una prerogativa del mondo arcaico che crede nelle superstizioni e nelle madonne piangenti. E che accetta di non spiegarsi tutto perchè talvolta il mondo va così, come dicono appunto queste nonnine. A quell’arrendevolezza oggi si è sostituita la superbia della tecnica, del poter tutto; il contrappasso è che per allontanare la rassegnazione, abbiamo accettato il baratro fallimento. Qualcuno le dice «io sono di Roma» e la donnina risponde con uno sguardo di meraviglia: «Roma vedi il papa… che bella, l’ho vista in televisione» E poi sollevando le spalle: «Io sono di Catanzaro». Quasi a scusarsi: lei può offrire solo le ciliegie ai monumenti di Roma. Poi le spalle ricadono e aggiunge una «a me mi piace pure Catanzaro» con tutta la tenerezza possibile, inconsapevole. Una tenerezza che arriva quasi violenta. «Voi che avete studiato… a voi… vi piace Catanzaro?» Perchè il suo giudizio non basta.

Quel sospetto di non essere mai abbastanza, mai sufficientemente all’altezza. Questa arrendevolezza aperta alla meraviglia. Quello sguardo capace di distruggere ogni tipo di orgoglio, ogni tipo di successo, ogni tipo di traguardo che si può raggiungere partendo con quel treno per studiare e lavorare. Quello sguardo non se ne va così facilmente. D’improvviso Catanzaro diventa la periferia di Roma. Lei può offrire ciliegie e Catanzaro e tanto basta a distruggere tutti i monumenti di Roma, tutte le lauree e le promozioni che richiedono partenze. Tutte le realizzazioni che richiede questo mondo si infrangono contro quella vecchina in piedi precaria su quella carrozza dondolante eppure immobile, ferma e dignitosissima. Che affonda in un altro mondo. Che valuta vittorie e sconfitte secondo altri parametri. A cui le nostre miserie sono sconosciute. Nel quale inchinarsi per raccogliere le ciliegie è il gesto più nobile, l’unico per poter stare poi dritti al mondo.

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