Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern

Recensione di Marco Ponzi. In copertina: “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern, prima edizione del 1965
Non è il primo libro di guerra-prigionia-deportazione che leggo perché ritengo che la letteratura di guerra sia imprescindibile, per quanto questa non sia prettamente considerabile come un passatempo. Ma è importante che le nuove generazioni sappiano cosa potrebbero perdere in caso di conflitto, dato che negli ultimi anni, almeno in Europa, siamo stati tutti abituati a una vita piuttosto comoda che ci ha fatto considerare la guerra come una cosa lontana, che non ci riguarda. E anche nelle guerre in corso, stiamo alla finestra facendo finta che ci interessi porre fine a esse.
Prima di questo libro, avevo letto Fenoglio, Eric Maria Remarque, Primo Levi, Carlo Levi, Solženicyn, Curzio Malaparte e tanti altri; il tema non è nuovo ma riesce in un certo senso a esserlo sempre, in quanto, nella maggior parte dei casi, chi scrive questo genere di libri parla per esperienza diretta facendosi testimone del suo tempo. Molto spesso la narrazione è in prima persona, come a voler ribadire il fatto che si tratti di un racconto reale, vero, incontestabile e proveniente da una voce alla quale si possano fare domande. È una narrazione che prevede un dibattito che seguirà.
Non si possono quindi fare grandi paragoni tra i libri dei diversi autori “di guerra” perché le vicende vissute in prima persona sono quelle di gente sopravvissuta a degli orrori e ogni “visione” è valida quanto le altre, né tantomeno biasimabile. In comune, però, questi autori hanno l’impotenza rispetto al desiderio di fuggire o di trovarsi altrove e l’urgenza di raccontare la storia di una sopravvivenza.
Quel che cambia, in questi racconti, è lo stile e, a volte, la focalizzazione su determinati punti. Cambia, ogni tanto, l’atmosfera che l’autore riesce a restituire e il barlume di speranza, più o meno forte, che traspare dalla narrazione. In altri casi c’è rassegnazione, quasi incredulità per tutto ciò che sta accadendo ed è questo che fa conoscere meglio la sensibilità di chi scrive.
Nel caso de “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern, quel che percepisco è la freddezza, il distacco dell’autore che vuole rimanere lucido durante la ritirata dalla campagna di Russia, che si sa, è stata una ecatombe. Non vi è spazio per la compassione verso i suoi compagni morti e nemmeno il tempo per sognare il ritorno. Lui è pragmatico mentre sono gli altri personaggi che sognano, ma non lui.
Egli non pare provare grande empatia, forse scegliendo consapevolmente di ignorare l’orrore per non finirne schiacciato, per non doversi, un domani, porsi domande scomode sul proprio operato. È come se si volesse creare un alibi, come se volesse essere una persona informata dei fatti senza troppo coinvolgimento dato che, chi lo sa, l’autore potrebbe essere stato cosciente di non essere stato dalla parte giusta della storia. Anche le descrizioni dei morti trovati nella neve, i drammi delle ferite e tutto quanto comporti l’essere a al fronte, è raccontato quasi come se l’autore non fosse stato lì.
In “Il sergente nella neve”, Rigoni Stern non emette giudizi su chi lo ha mandato in guerra, certo, nomina Mussolini, i tedeschi, gli ungheresi ma non si sbilancia mai, nemmeno quando si sente a rischio della vita, ma fa paragoni tra il modo di combattere degli italiani e dei tedeschi, suoi alleati. È come se ci dicesse che il soldato italiano non sia perfettamente convinto di essere nel giusto e, per questo, le sue azioni non sono mai spietate, a differenza del tedesco che, per indole, è sicuro del fatto suo o forse meglio addestrato.
Rigoni Stern non riesce nemmeno a descrivere gli orrori, a differenza del suo “collega” tedesco Eric Maria Remarque che, invece, non lesinò nulla della sua esperienza nel celeberrimo “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Questo parallelo è interessante se si considera che, mentre Remarque offriva uno spaccato della guerra in cui i problemi etici emergevano prepotentemente, a dispetto della supposta superiorità e convinzione dell’azione, Rigoni invece pare essere rimasto coinvolto contro la propria volontà rendendosi consapevole che l’esito sarà tragico, pur non dichiarandolo, e incapace di fare ragionamenti.
Solo nelle ultime pagine di “Il sergente nella neve” , Rigoni descrive la fatica, il dolore e le privazioni del suo stato. Descrive meno quello altrui, come se fosse l’unico a combattere e a patire. Ovviamente, questa modalità potrebbe essere conseguente allo spirito di conservazione ma è curioso notare le differenze tra Remarque e Rigoni, differenze che esaltano anche la poetica dei due autori; l’uno, Rigoni, si limita a una specie di cronaca, l’altro scava nell’animo dell’uomo alla ricerca di un senso delle proprie e altrui azioni.
La mia impressione è che Rigoni si sia accontentato di raccontare dei fatti, come se fosse un documentario senza concessioni alla libera interpretazione.
Egli sembrerebbe voler dire al lettore, inviando un monito silenzioso valevole sempre: tanto sono guerre lontane, non ci riguardano… fino a quando non ci si ritrova a marciare con la neve al ginocchio per centinaia di chilometri.
