La mia educazione: Burroughs e lo “Stato onirico”

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “La mia educazione” di William S. Burroughs, Adelphi, 2026
Tra aneddoti e sogni apprendiamo qualcosa in più sugli spunti creativi di uno dei più iconici scrittori statunitensi del Novecento. William Burroughs questa volta ci porta tra i suoi deliri onirici, che in fin dei conti sono simili a quelli di tutti noi.
Si parte da una interessante domanda: perché quando raccontiamo o ricordiamo i sogni tutto ci sembra scialbo? La risposta che si dà l’autore è semplice: manca il contesto. Insomma, quando sogniamo noi accediamo a una dimensione misteriosa che ci dirige senza troppi convincimenti, senza farci la morale e senza utilizzare la stringente logica che ci governa quando siamo a occhi aperti. Anche la nostra veglia è succube dei nostri sogni?
“La nostra educazione” quindi è uno di quei libri in cui Burroughs si mette a nudo più di quanto faccia nei suoi romanzi. Qui notiamo che i suoi sogni erano dominati dal sesso, dalle armi, dalle manie autodistruttive che solo l’uso di stupefacenti sanno racchiudere. Ci sarebbe poco da aggiungere, perché questo non è altro che un immenso puzzle che, messo insieme, ha un suo “perché” e un suo marcato filo conduttore.
Burroughs cataloga e, attraverso la sua penna, instilla gocce di protesta sociale, smascherando quel perbenismo fastidioso, che si pone come velo davanti alla realtà. Che l’autore di “Pasto nudo” sia sempre stato “oltre” ogni paradigma è ben risaputo. I suoi attacchi alla politica e alla società non sono mai stati facilmente digeribili, ciò si vede anche nei suoi sogni.
Ma cosa dovrebbe fregarcene dei sogni di Burroughs? Nulla, infatti questo non è un romanzo, ma un libro che soddisfa la curiosità che ciascuno di noi può avere verso certe dinamiche comportamentali e creative. Tutti sognano qualcosa di assurdo, ciascuno di noi riflette sugli input che l’inconscio ci dona, ma pochi sono quelli che in maniera razionale ne fanno strumenti creativi. Ed è proprio questo che lo scrittore statunitense sottolinea: “essi completano la mia educazione“.
Ciò fa diventare il libro un manifesto dedicato alla creatività e al libero pensiero. Tra queste pagine si attraversa quello spazio che, ogni giorno, ciascun essere umano abita: la zona della perplessità. Cosa vuol dire educare? In sostanza, l’educazione perpetua che le istituzioni attuano su di noi dovrebbe imporci il modo in cui “dobbiamo stare nel mondo“. Pertanto, i sogni sono il nostro spazio libero oppure sono influenzati dall’esterno? Essi ci richiamano alla nostra ancestrale autonomia?
Leggendo quest’opera, a me è capitato di dire più volte: «Benedette siano le mie nevrosi», perché grazie a esse possiamo mantenere vivo il senso di ribellione verso il potere.
Ecco, il significato di questo libro sta proprio qui, nel perimetro di queste intuizioni. Detta così, sembra quasi che questa sia un’opera di cui possiamo fare a meno. Ma se tale ragionamento è valido, allora possiamo affermare che di tutti i libri possiamo fare a meno. Dopotutto, a cosa serve leggere?
