Carne

“Carne” è un racconto di Marco Pedrazzi. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale
Sule’ impugna come una scimitarra il lungo coltello affilato. Per affettare il kebab molti usano una specie di grande e più pratico rasoio elettrico. In Germania però gli hanno insegnato il taglio tradizionale, e preferisce così. C’è più soddisfazione, dice. E fa più scena, aggiungiamo noi.
Suleiman. È rimasta solo sua madre a chiamarlo così. In Germania hanno passato quasi un anno. Là Sule’ ha trovato un lavoro e perso un pezzo di nome proprio. Là gli hanno raccontato che il kebab – quello da asporto sullo spiedo girevole, il döner – è un’invenzione dei turchi di Berlino, altri emigrati. Se è per questo, gli hanno anche detto che là i turchi si spacciano per italiani e aprono locali dove ordini pizze al gouda da menu sgrammaticati.
Sarà vera la storia del kebab? Ma poi che importa, non sta più in Germania adesso. Non che per lui sia cambiato tanto: stesso girarrosto sfrigolante, stessa puzza dolciastra di carne, solito spiedo gigante che trasuda grasso. Sule’, anche il diminutivo ti è rimasto. È che questa carne a brandelli se la sogna di notte e già il solo odore ormai gli dà la nausea. Ma il lavoro è lavoro.
M’è pure diventato vegetariano. Per forza, dico. Chissà quanti kebabbari lo sono. Mentre i clienti allungano il braccio per ghermire il panino gocciolante di salsa di yogurt strabordante di carne e verdure, mentre sorride gentile dentro la sua barba da Sandokan, s’immagina che nei più grassocci, a tagliarla, sottopelle troverebbe anche lì straccetti di carne compattati a strati.
Grassi o magri che siano, non sono tutti campioni di cortesia. C’è anche chi se ne va senza salutare. Ha fatto l’abitudine anche a questo. Ripeto, il lavoro è lavoro.
Comunque, non esageriamo dai: i clienti per lo più sono gentili. Tra questi ha adocchiato un uomo che si presenta più o meno sempre alla stessa ora. Lavorerà lì vicino, sarà in pausa pranzo. Sulla trentina, biondo, carnagione chiara, mani curate, capelli corti ma non rasati, fisico asciutto.
La kebabberia è un locale da asporto angusto, tre tavolini di plastica e un frigo per le bevande. D’estate ci sono anche dei posti fuori ma il bell’uomo non se li fila, nemmeno quando fa caldo e la griglia dello spiedo ci aggiunge del suo. Sempre dentro sta. Vorrà pur dire qualcosa, giusto Sule’?
L’uomo del mistero si annuncia con un effluvio profumato tanto intenso da coprire il tanfo della carne. In fondo non è sgradevole, dai.
Il nostro kebabbaro si è scoperto a contare i giorni, a tener d’occhio la porta sperando che lui faccia capolino.
Tutta ‘sta commedia, poi, il giorno che arriva, un saluto e via. Sempre così finisce, eh Sule’?
Per questo non sa ancora che di nome fa Luca. Non sa ancora che il profumo lo mette per coprire l’odore del disinfettante. Non sa nemmeno che Luca è infermiere specializzato, strumentista nel reparto di chirurgia ortopedica. Prepara i tavoli operatori, insomma; assiste il chirurgo mentre opera, gli passa gli strumenti e se li riprende dopo l’uso. Sempre con la mascherina indosso, ovvio, tanto che a lui il Covid è sembrato come portarsi il lavoro a casa.
Ancor meno sa, Sule’, che anche Luca ha un modo tutto suo di guardare le persone, che ha il vizio di passarle ai raggi x e immaginarsi le loro ossa: sottili o grosse, solide o porose. Soprattutto i polsi, da lì si vede la conformazione. E poi i bulbi oculari, le sporgenze degli zigomi, il teschio insomma.
Con occhio clinico ha concluso che Sule’ deve avere le ossa sottili.
Deformazione professionale, si chiama. Non si sognerebbe mai di proporlo, ovvio, ma se un imprevisto lo rendesse necessario, sì, se la sentirebbe di operare. Provare almeno una volta, soprattutto il bisturi: mano ferma, taglio pulito. Il professore lo dice sempre: nell’incisione ci si gioca tutto.
Sbirciando con la coda dell’occhio, il nostro kebabbaro s’è accorto che Luca lo osserva mentre affonda la scimitarra nella carne. A volte per esserne sicuro si gira verso di lui senza preavviso, e quando gli sguardi s’incontrano, si sorridono. Sì, Luca lo fissa e a Sule’ non dispiace. Si liscia la barba corvina che gli scende folta e finisce appuntita con una virgola all’insù, sfodera la fila regolare dei suoi denti bianchi.
Sì, Luca gli sorride spesso. Non sa dire se sono sorrisi di circostanza o significano qualcos’altro. Dev’essere un timido, va bene così. A lui il lavoro ha sciolto un po’ la lingua. Non si può fare scena muta coi clienti, giusto? Le rare volte che – a parte loro due – il locale era vuoto, ha provato a buttar lì qualche frase d’incoraggiamento per fare conversazione, ma Luca è un tipo taciturno, risponde telegrafico, mai che sia lui a chiedere qualcosa. Pazienza, è l’uomo del mistero.
Prendete oggi, ad esempio: entra, saluta con mezzo sorriso, si siede al tavolo e aspetta flemmatico il suo turno.
Prima di lui un tizio in tuta da lavoro e scarpe di sicurezza ordina quattro kebab da portar via, uno senza cipolla. Paga e se ne va col bottino nella borsina penzolante. Finalmente soli. Luca si alza, si avvicina circospetto nella sua nuvola profumata. E se oggi non fosse un giorno come gli altri?
– Ciao, dice Sule’ suadente e speranzoso mentre passa il coltello nello scottex e rimane appeso al suo sorriso migliore.
Una piccola eternità poi Luca si decide a parlare:
– Posso chiederti un favore?
– Dimmi.
Si guarda intorno, si appoggia al banco, indica lo spiedo e sottovoce:
– Posso tagliare io?
Chi è Marco Pedrazzi?
Marco Pedrazzi (1968) nato a Reggio Emilia, è trapiantato a Vienna da parecchi anni. Ha pubblicato racconti brevi sulle riviste Pastrengo e Topsy Kretts, si è classificato primo al premio letterario “Accendi le parole” 2019, sezione haiku.
