La pensione sociale non è solo per “noi”?

La pensione sociale non è solo per “noi”?

 “La pensione sociale non è solo per noi” è un articolo di Angelo Maddalena. In copertina una foto tratta dal web

Nel 2000, insieme a Totò Siciliano, mio compaesano, scrivemmo una lettera aperta pubblicata da un giornale locale che stampavano a Leonforte, si chiamava Il Provinciale. La lettera accusava la cultura dei concorsi pubblici, in particolare quello “a cattedre” (che era uscito in quel periodo e che mi chiamava in causa in quanto appena laureato in materie umanistiche). Ci rivolgevamo a una certa logica che dovrebbe garantire il posto fisso e alle sue conseguenze psicologiche e sociali, senza dimenticare gli addentellati di potere e corruzione, per esempio: una direttrice di una scuola che tiene corsi di preparazione per il concorso a cattedra potrebbe generare un conflitto di interessi oppure un “favore” per chi frequenta i suoi corsi?

Parlavamo con cognizione di causa ma senza intenzione di accuse personali, anche se la lettera si intitolava proprio così: J’accuse. Notavamo allora l’”avventatezza” di molti (forse una cosa nuova rispetto al precedente concorso? Una tendenza storica inusitata?) che provavano a fare il concorso per insegnare senza una preoccupazione minima di una vocazione, di una motivazione personale di fondo, insomma: un posto fisso come un altro. Negli anni, avendo scelto di vivere pienamente delle mie risorse creative (come direbbe Ivan Illich), mi è capitato di confrontarmi con questa dimensione del “posto fisso” sicuro da preferire a ogni altra alternativa possibile.

Prima che arrivasse il fenomeno Checco Zalone a celebrare l’epopea del posto fisso “sacro”, avevo scritto la canzone Pani picca e libertà che diede il titolo all’album di canzoni che mi ha fatto conoscere al “grande pubblico”. Ma ancora prima di quella canzone, era uscito il libro Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese, di Aldo Nove. È chiaro che, viaggiando sempre di più per coltivare l’arte di vivere e la creatività produttiva, mi sono confrontato con molte “proposte” e diversi raffronti, nella linea: “ma chi te lo ha fatto fare?”, “potevi fare il professore con lo stipendio fisso” e menate del genere. Però ogni tanto arrivava qualcuno a remare contro corrente, pur avendo lo stipendio fisso, per esempio il mio amico e critico musicale Sebastiano Toscano.

Mi ha ospitato un po’ di volte a Firenze nella sua casa del quartiere Rifredi, nei miei passaggi o nei “day off”, come li chiama lui, cioè i giorni liberi tra una data e un’altra di una tournée. Sebastiano, figlio di un padre che ha fatto la carriera militare e lui stesso impiegato come tecnico informatico alla Banca Monte dei Paschi di Siena, oggettivamente una volta mi disse: “Effettivamente tu e quelli come te avete fatto la scelta giusta, non solo perché seguite la vostra passione per realizzarvi e vivere di quello che scrivete, cantate e proponete in forma teatrale, ma se ci pensi, oggi come oggi conviene anche a un livello lavorativo e pensionistico, perché per lo meno tu hai scelto il precariato in forma creativa e la pensione sai che non ce l’avrai, ma mica sono messi meglio di te molti laureati che lavorano nei call center o anche gente che lavora in settori privati o pubblici che comunque non ha la certezza di una pensione come era per i nostri genitori o per quelli delle generazioni dei nati fino agli anni Sessanta”.

Ogni tanto, negli anni, alle parole di Sebastiano, poi una sera ho ricevuto una testimonianza che è andata oltre quello che potevo immaginare, oltre il libro di Aldo Nove e forse anche oltre le parole di Sebastiano o, meglio, come accade per le testimonianze dirette, la “notizia” che ho ricevuto, entra nel dettaglio. E torniamo a venticinque anni prima, quando con Totò Siciliano scrivemmo quella lettera o, meglio, quel J’accuse. Totò, nel frattempo, è emigrato negli Stati Uniti, però venticinque anni fa lavorava come “articolista” al Comune di Pietraperzia. L’articolo cui si riferisce la tipologia di lavoro è quello di una legge, presumo, approvata negli anni in cui c’era al Governo D’Alema o comunque in quel periodo, e rientra in quella tipologia di lavoro che, per renderlo più digeribile, fu definito “flessibile”.

Se Totò è emigrato venti anni fa, altri e altre come lui (miei coetanei) sono rimasti a lavorare al Comune di Pietraperzia in vari uffici e con diverse mansioni. Quella sera ho cenato insieme con una di loro, Serena (nome fittizio per delicatezza), con suo marito e mio padre, ebbene io pensavo che lei e altri ex “articolisti” come lei, fossero diventati impiegati comunali regolarmente stipendiati e in attesa di “regolare” pensione. Con mia grande sorpresa, ho scoperto invece che, detto in modo brutale (ma totalmente vero, anche perché è questo il nocciolo della “testimonianza”), a loro converrebbe percepire la “pensione sociale” di 650 euro al mese perché, in base agli anni non dichiarati (i primi sette anni, come stabilito dal contratto), al lavoro part time (o dichiarato come tale?) che quindi comporta il versamento di contributi al 50%, la tanto attesa pensione sarà inferiore alla cifra della pensione sociale.

Quindi, le parole come “lavoro precario”, “flessibilità” e altri termini simili, nascondono una realtà ben più “interessante” di quella che io immaginavo. Con la conclusione comica e tragica che io e altri come me per brevità chiamati “artisti” e considerati fannulloni, secondo una visione che attraversa i secoli, potremmo finire per percepire la stessa pensione di altri coetanei che hanno lavorato per più di trent’anni alle dipendenze dello Stato: “sfruttamento o precariato di Stato”, come dice qualcuno, e qui penso a quella canzone di un altro che potrebbe percepire la stessa pensione degli impiegati sottoposti alla “flessibilità”, lui si chiama Davide Di Rosolini e non ha mai lavorato per lo Stato né avuto un posto fisso, ha sempre cambiato posti dove cantare e suonare, e una delle sue canzoni che forse potrebbe essere una corrispondente di Pani picca e libertà, con un titolo più “brutale”, è quella che trovate su youtube digitando queste parole: “Mi nni futtu e ma a spacchìu”.

La canzone si riferisce a un altro argomento in realtà, e quindi io non concluderei così, preferisco studiare oltre che cantare, studiare i cambiamenti sociali e psicologici, aiutato anche dalla lettura di libri come Disoccupazione creativa, un’alternativa desiderabile all’attuale declino delle forme tradizionali di impiego, di Ivan Illich.

Come altri studiosi e osservatori acuti e appassionati, Illich non propone una ricetta o una via d’uscita, bensì un’analisi, poi ognuno trova la sua strada personale, ma l’analisi deve essere collettiva, nel mio caso mi sono appassionato all’argomento a tal punto da scrivere un piccolo libello dal titolo La disoccupazione creativa è ancora viva?, pubblicato dopo quasi venticinque anni dalla lettera che avevamo scritto con Totò. Il libro è uscito con uno pseudonimo e non ci sono più copie in vendita, a meno che non sarà ristampato o messo in vendita in formato digitale (cosa probabile).

Post correlati