Disprezzare per oltrepassare

Disprezzare per oltrepassare

“Disprezzare per oltrepassare” è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell’autore

Sapere o non sapere non importa a nessuno. Così dettami l’antico dilemma e fammi essere ciò che non sarò mai: immagine e somiglianza d’altri.

Tra la nebbia, accasciato nel mio pensiero ermetico, mentre guido lungo una discesa, su una strada che una striscia d’erba ampia due palmi separa da un burrone, mi sento realizzato. Come se quello che sta avvenendo non fosse un pericolo, ma il naturale percorso di una vita finalmente scelta.

Non è selvaggia la calata della mia utilitaria: è misurata dal mio braccio e dai miei piedi. Impugnando lo sterzo e pigiando con parsimonia acceleratore e freno, la dirigo laddove volevo sentirmi libero, sollevato, lontano da impegni quotidiani di poco conto. Raccontare d’altri e dei loro affari, sentirmi intruso in un’esistenza non mia. L’esercizio di stile di una cronaca che è solo propaganda. Ho preferito il mestiere del pieno silenzio, dello specifico parlare: essere me stesso in privato e non voler più essere oggetto pubblico d’opinione.

Mi trovo così nella vita vera: cavarmela tra l’incuria di una strada abbandonata, dove si incontrano pietre e strettoie; dove le intemperie atmosferiche si avvertono come minacce. Comprendi di essere ospite e che non tutto il mondo ti appartiene. Anzi, sulla maggior parte di esso bisogna tacere. Eccomi qui per lavorare e per evocare la necessità del sacrificio, dell’esserci e del pensare attivamente, senza svilirsi o sbattersi dietro una scrivania infame solo per raccogliere chiacchiere e stronzate di politicanti: architettate bugie per strutturati idioti. Era questa la voce da dare in pasto al popolo?

Disprezzare è un esercizio di stile: un cinico modello che risponde a una logica sopraffina. L’esperienza aiuta a disprezzare; il coraggio di cambiare è utile per disprezzare. Disprezzare vuol dire sacrificare sull’altare della consapevolezza i propri fallimenti. Disprezzare è anche una promessa che si fa a sé stessi: mai più tornare indietro.

Ecco: io finalmente disprezzo, dopo avere peregrinato disperato. Allora viene a me l’antico ottimismo, un senso di allegria, quello spirito di avventura che ha fatto della mia infanzia un’epoca entusiasmante. Riviene a me lo stupore della scoperta: oltrepassare il confine delle proprie paure e scoprire che non ho mai avuto paura per davvero.

Allora, disprezzare è il mio animo che canta. C’è un gallo da sacrificare al dio della salute ritrovata?

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