Giuseppe Perrone: tra i detriti del mondo, la poesia

Giuseppe Perrone: tra i detriti del mondo, la poesia

Recensione di Luciana De Palma. In copertina: “Macerie e acqua santa” di Giuseppe Perrone, Qed Edizioni, 2025

Le poesie di Giuseppe Perrone raccolte in Macerie e acqua santa (Qed ed.) sono feroci quanto rapide incursioni dentro una massa coriacea, che resterebbe chiusa in sé stessa, se lo sguardo del poeta non vi affondasse e la sua stretta non ne portasse in superficie l’essenza febbrile e ribollente.

Cogliendo con esattezza millimetrica la dolorosa verità delle cose, la parola del poeta crea uno spazio mai concepito poiché è solo quando se ne pronuncia il nome che la sostanza a cui è legato si fa viva e pulsante generatrice di nuove immensità.

I versi di Giuseppe Perrone possiedono la plasticità di un universo che respira, che si muove, che muta direzione e forma, che si assottiglia e di nuovo si rigonfia per rendere in modo autentico l’inafferrabilità di un’esistenza di cui essi sanno testimoniare tanto la bellezza quanto la barbarie.

Queste poesie sono domande chiare e dirette, anche quando non ci sono punti interrogativi a rendere esplicito il dubbio, la perplessità, il tormento in esse sottese. Leggendo, la punta acuminata di questa scrittura penetra in una realtà che preferisce occultare, sviare, confondere piuttosto che lasciarsi attraversare dal più lieve raggio di sole.

Cresce la consapevolezza che il nulla produce nulla, se i gesti, le parole, le intenzioni sono abbandonate al caso o, peggio, al caos. Con perseveranza e lucidità ogni singola poesia, ogni singolo verso procede verso gli inferi, afferrando nel buio brandelli di un’unità ormai dissolta e incapace di restituire l’armonia ad un’umanità anch’essa frammentata.

La responsabilità di dire, di cercare, di mettere nero su bianco è grande e il poeta Perrone qui se l’assume tutta, senza voltarsi né rifiutare di affacciarsi lì dove le ombre danzano con macabri passi di morte.

“Dal giorno perduto/alla croce della notte/Il breve passo/Voragine del nulla/Un sospiro colma/il vuoto”.

Non ci sono elisioni in una sequenza di parole che si incatenano alla mente, trascinando il corpo in una vertigine di coscienza e sofferenza dovuta al fatto che non si può agire diversamente da quanto impone il dovere kantiano: vedere, sentire, toccare la brutalità della vita.

Il ritmo di queste poesie è sincopato: l’andare a capo spesso e in modo inaspettato fa sì che si percepisca di pancia quanto la superficie dei giorni sia solo apparentemente levigata e priva di imperfezioni; l’occhio del poeta ha rilevato una miriade di carenze e anomalie in cui, come dentro trappole, finiscono le anime cieche.

“Più tardi, non so quando/Vedrò l’impossibile/Più tardi/vedrò il divenire dell’esperienza/Ora, l’occhio è cieco/Più tardi/vedrò la giunzione dell’illusione e realtà/Ora,/il corpo è materia/il vuoto è soluzione/il labirinto è risposta//Più tardi, forse di notte/La mia luce”.

Evitando la sterile mitizzazione di una scrittura che, fingendo di riconoscere i suoi limiti, intende solo esaltare sé stessa, in queste pagine si riconosce tutta la volontà di riconsegnare alla poesia la sua funzione di denuncia e rivelazione.

Come macigni cadono i versi dentro il silenzio privato della sua portata meditativa: pare quasi di udire i tonfi continui e ripetuti di una verità che implora di essere ascoltata e riconosciuta.

“Il quasi è nutrimento/Non è dato sapere se/viviamo o moriamo/Nessuno è il nome/Niente il comandamento/Tra cielo alto e profondo mare/il limbo dell’attesa/di fiore o spiga/L’attimo di felicità,/il non sapere/cos’è/cosa sarà”.

Resta vigile il poeta, con i sensi e la ragione, non si fa sorprendere dalle tentazioni di pacificarsi con le illusioni e le speranze, con le menzogne consolatrici e le abbaglianti lusinghe della vanità: cogliere l’arrivo della notte, prestando attenzione ai minimi cambiamenti di luce, significa resistere alla disfatta dello spirito persino quando tutto intorno è catastrofe e violenza.

“Mente e cuore/Se è rosa c’è la spina/In mezzo l’angusto passaggio/Toccare il palpito”.

Quanta sana follia, quante apnee dello spirito, quante sconfitte sono necessarie prima di accettare che solo dopo aver superato un passaggio angusto, privo d’aria e di luce, sarà possibile vivere un palpito, l’unico forse, di vera esistenza?

Implode la luce che non trova orizzonte su cui sbocciare e spandersi: la poesia è un insieme di specchi disposti ad arte affinché ogni più debole bagliore accresca in intensità e frequenza.

Nella prefazione così scrive Nicola Vacca: “Il poeta è nudo davanti alla realtà. Con uno sguardo disincantato guarda in faccia lo sgomento e prende coscienza, avendo sempre gli occhi aperti sulle macerie. […] Sa di essere testimone disincantato del suo tempo, guarda in faccia la bestia della realtà e con parole crude e forti racconta, attraversando sempre, lo schianto che ci coinvolge, che ci travolge”.

Andando incontro alla distruzione di ogni etica e di ogni senso della comunità, non resta che afferrare un pugno di poesie, stringerle tra le dita e credere di avere ancora qualcosa di solido a cui aggrapparsi, mentre infuria la tempesta e i tamburi di guerra coprono il respiro della vita.

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