Speranza in dosi alchemiche

Speranza in dosi alchemiche

“Speranza in dosi alchemiche” è una prosa di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale

Mentre senti cadere una foglia, lì dove il genocidio degli uomini si è fatto forza, ti accorgi che nessun essente, pure tu, comprende il soffio della vita, la sua carezza delicata. E mentre si avvicina la dipartita, passo dopo passo verso l’ultimo traguardo, valuti il tempo passato, quello che non serve più a niente.

Preparare un piatto di zucchine e carote lesse per mantenere in equilibrio la salute, ché pure quella ha deciso di farsi un po’ da parte, ti fa sentire di colpo nel momento migliore dei tuoi anni: l’autunno e la sua speranza. La quiete che si affaccia sul paese sconquassato fino a qualche giorno prima da ciabatte e schiamazzi fa ripiombare nel disincanto. Come in tutte le storie terrene non c’è un lieto fine: solo un bilancio in cui vengono separate le cose buone da quelle cattive.

Ti senti di nuovo parte di una comunità che si muove tra pochissimi chilometri quadrati, calcolabili in meno di uno sputo sulla sfericità del mondo. Ti accolgono gli angeli della malinconia nel Paradiso dei tramonti silenziosi: almeno questo è rimasto anche se non basta più. Sei affacciato dalla finestra che si spalanca sul Golfo di Policastro. Ti domandi quanto ancora resterai davanti a questa sequenza sempre uguale, in cui gli eventi sono cadenzati e non cambiano mai posto, tantomeno gli attori protagonisti.

Diceva tuo padre che la vita si sceglie, ma che poi sempre allo stesso punto si arriva. Allora è importante il percorso che si intraprende. Passo dopo passo, nella conoscenza, nella spensieratezza, nella gioia, nel dolore. Ma anche tutte queste cose sono uguali: qualcosa si specchia in qualcosa di già visto, uomini si infrangono in altri uomini, desideri simili ad altri desideri partoriscono i soliti risultati. Dov’è la novità? Già tutto scritto, già tutto detto, già tutto fatto. Persino la morte è uguale per tutti. Nessuno ne esce vincitore o sconfitto.

Hai chiuso la finestra. Il sole è sparito. Potevi uscire a passeggiare. Potevi guardare l’imbrunire e confessargli che avresti voluto sparire, salire per le scale del cielo, entrare in un’altra dimensione, ridere della serietà degli uomini, della razionalità delle istituzioni, attraversare la porta che separa il mondo dal resto e non tornare più tra quelli che dicono di essere vivi.

Ma poi ogni desiderio si affacciava dal cielo, ti invitava a restare tra ciò che finge di non sapere di essere in attesa del trapasso. Sospettavi che a trattenerti fosse proprio il “dolce male” che inganna gli uomini: la speranza.

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