Michael Jackson: il mito ha il suo film

Michael Jackson: il mito ha il suo film

Articolo di Adriana Sabato. In copertina la locandina del film su Michael Jackson 

Su Michael Jackson è stato scritto di tutto: fatti, misfatti, luci, ombre. Una su tutte è l’innato talento artistico che ne fa, ancora oggi, il Re del Pop.

Un talento universalmente riconosciuto lo trasforma in una leggenda, un mito, un divo: è difficoltoso parlare di Michel Jackson, la sua presenza è talmente vicina ai nostri tempi da sentirne ancora le sinuosità sonore e le spettacolarità dei suoi passi innovativi per quel periodo.

Dal 22 aprile 2026 il pubblico italiano può assistere alla proiezione di Michael, la biografia che narra una parte della vita dell’artista. Solo una parte, dicevamo, perchè il film, scritto da John Logan e prodotto da Graham King per Lionsgate e GK Films e con la regia di Antoine Fuqua, si interrompe al 1988 per compiere una cosiddetta operazione di “riabilitazione” della figura della star.

L’espressione ricorrente nelle recensioni per descrivere questa biografia cinematografica è: “ammorbidito”. Il tutto è riferito alla prima accusa di molestie sessuali e pedofilia da parte della famiglia di un bambino nei confronti di Michael Jackson che hanno macchiato per sempre la reputazione della popstar, inizialmente incluse (a detta della produzione) ma in seguito eliminate per via di clausole legali.

Una didascalia nel finale di Michael suggerisce l’arrivo di almeno un sequel, sul quale però non esistono conferme chiare e ufficiali.

Il film narra la vita e la carriera di Michael Jackson, dal suo esordio da bambino con Jackson 5 negli anni sessanta, ai suoi successi come artista solista a partire dagli anni settanta, passando per i suoi grandi successi degli anni ottanta fermandosi poi all’apice del suo successo col Bad World Tour.

Si concentra anche sia sulla sua creatività ed immagine pubblica (ad esempio le sue azioni di beneficenza) che sulla sua vita privata come gli incontri con alcuni personaggi chiave della sua vita e carriera quali Berry Gordy, Diana Ross, Quincy Jones e l’avvocato John Branca.

Qui si vede qualcosa del Michael Jackson essere umano, l’eterno bambino imprigionato in una gabbia dorata, mai uscito dalla casa in Indiana in cui il padre lo vessava e costringeva lui e i suoi fratelli a ossessive e abusive prove.

Ma il film è fatto anche di altri momenti: i numeri musicali, l’interpretazione di Jaafar Jackson definita fenomenale, nipote dell’artista scomparso nel 2009, il modo in cui gli autori (il regista Antoine Fuqua e il produttore Graham King, lo stesso di Bohemian Rhapsody) hanno deciso di legare la dimensione musicale a quella personale del protagonista.

Su questo, le recensioni comparse online possono differire, premesso che, per i due principali aggregatori di recensioni, Michael non è stato accolto con entusiasmo. Tutt’altro: su Metacritic, che assegna un punteggio a ogni recensione e poi fa una media, il film ha un metascore di 38/100, che corrisponde a un’accoglienza “generalmente negativa”.

Su Rotten Tomatoes, che ha un criterio di misurazione diverso, l’opera di Fuqua ha solo il 36% delle recensioni positive.

A Michael manca il sottotitolo “Parte 1”, ma di fatto è chiaramente pensato per essere solo il primo capitolo di una saga cinematografica dedicata alla vita di Michael Jackson. Anche per questo motivo, il film di Antoine Fuqua non può che essere un ritratto incompleto, parziale, non del tutto accurato.

Costretti a ripensare l’intero atto finale il film si ferma, come detto in premessa, al 1988 – e non potendo mostrare il Re del Pop al momento della sua (temporanea) detronizzazione, King e Fuqua hanno dovuto cercare un’angolazione diversa. Ne hanno trovata una, forse l’unica possibile rimasta a loro disposizione, ma non per forza la migliore.

Privato di qualsiasi attributo terreno, di Michael Jackson rimane solo la leggenda, il mito, il divo, celebrato e adorato che si costruisce un personale paradiso terrestre (con tanto di giraffe, scimmie e serpenti) e fa spesso visita ai bambini in ospedale per sopperire alla propria lancinante solitudine. Il protagonista di Michael diventa a tutti gli effetti un supereroe, nato con poteri sovrumani da poter mettere al servizio del genere umano. Alla fine dei conti, questa è la sua origin story, con tanto di villain (un grande Colman Domingo nei panni del padre assetato di fama, Joe Jackson) da dover sconfiggere per poter raggiungere la piena maturità.

Trova anche alcuni guizzi nei momenti più intimi, nei quali il piccolo Michael (Juliano Krue Valdi) si rifugia in mondi immaginari precostruiti che poi ne plasmeranno la figura: il libro illustrato su Peter Pan. E ancora, i passi di Gene Kelly in Cantando sotto la pioggia, il corpo slapstick di Charlie Chaplin in Tempi moderni passando dalle coreografie muscolari di Denzel Washington (in Training Day e nei tre The Equalizer) alle iconiche esibizioni di Billie Jean e Bad, e al Moonwalk tanto apprezzato da Fred Astaire, il regista in effetti appare a suo agio e coglie l’essenza dell’aura ultraterrena di cui brillava il suo protagonista, ma nemmeno stupisce.

A tratti, spunta anche il Michael regista, il Michael attore, colui che ha fatto la storia della musica (e del cinema) con i suoi ambiziosi videoclip in cui la robotdance è fra i protagonisti principali. Fuqua, tuttavia, ci mostra solo la realizzazione di Thriller, il più famoso, diretto da John Landis prima dei titoli di coda compare la fatidica scritta: “Michael tornerà”.

Michel Jackson, aldilà di qualsivoglia questione, rappresenta ancora oggi un mito per i giovani che amano la sua personalità, il suo essere artista, uomo, bambino, benefattore. “Un connubio di grandi emozioni, lacrime, bellezza”.

Post correlati