La formula della coscienza

“La formula della coscienza” è un racconto di Martino Ciano. L’immagine in copertina è stata creata con l’intelligenza artificiale
La formula matematica della coscienza era davanti ai tuoi occhi. L’universo si era aperto come un ventaglio, mostrando la solitudine di ciascuno, compreso te, racchiuso nell’Io catastrofico. Mentre le tue molecole ancora aggregate accarezzavano l’idea del dissolvimento nella dimensione del “nulla creativo”, la Terra ti appariva grande come il tuo divano. In un battito di ciglia eri capace di attraversare tanto il Polo Nord, quanto la foresta Amazzonica.
Era tempo che pensavi di non essere più né carne né ossa, solo un pugno di infiniti atomi che ti avrebbero rassicurato sulla tua esperienza passeggera sul Mondo. La formula matematica della coscienza, in fondo, poneva come suo primo elemento il disprezzo per la materia visibile di questo pianeta che ti ospitava da diversi decenni. La liberazione dalla materia era pari a “meno uno”, una sorta di deficit che aveva come obiettivo quello di mostrarti quanto inutile fosse il respiro, la cura del corpo, il mantenimento metabolico, la riproduzione, il sollazzo sessuale.
Nei tuoi momenti di estasi, la formula matematica della coscienza diventava una presa d’atto del fatto che “tutto è un’illusione” e che il reset definitivo implicherebbe, con grande vantaggio personale, alla distruzione della memoria a lungo e a breve termine. La coscienza stessa implicava che essa fosse pari a “zero” e che qualsiasi numero, come attratto in un buco nero, si sgretolasse e svanisse.
Qualsiasi cosa poteva essere depotenziata. Ciò ti rendeva felice. Una volta imparate a risolvere tutte le operazioni saresti stato libero e ti saresti legato al comun divisore.
Intanto, anche se fuori dalla vita contemporanea, in cui il balenare di un pensiero ne escludeva un altro, tu eri il ricordo del passato. Gravitavi in ogni punto in cui il tempo aveva cessato di scorrere. Eri pesante e ingombrante. Eri una pietra. Eri inanimato. Ti sei sottratto all’arte della vita, poi ti sei scomposto nel male oscuro, infine sei ricomparso tra i numeri di una somma illogica, scaturita da un’addizione divina. Fissavi quel numero. Ti specchiavi in quel numero. Da cosa era nato? A quale calcolo apparteneva? Quello era il punto di partenza da cui la formula matematica della coscienza avrebbe iniziato a respirare.
E tu numero tra numero? Mentre l’alba sopraggiungeva come un sogno ad occhi aperti, prima che svanisse il bagliore dell’aurora che squarciava le nuvole tiepide della notte, avevi lasciato che le tue mani si intrecciassero e come al termine di una preghiera hai sussurrato «Accada». Fu lì che ogni frammento della realtà cominciò a scorrere come lo ricordavi. La tua coscienza era vigile.
