Wanda Marasco: Di spalle a questo mondo

Recensione di Alessio Barettini. In copertina: “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco, Neri Pozza, 2024
Di spalle a questo mondo, di Wanda Marasco, edizioni Neri Pozza, è un romanzo che assomiglia a un cielo di Napoli al tramonto. I colori escono dalle bocche dei personaggi, le sfumature sono le loro storie, l’intensità, le voci.
I protagonisti del romanzo sono tre: Napoli, la Storia e un uomo che è un’idea di uomo, la perfetta (troppo?) corrispondenza fra ideale e azione, un esempio per la civiltà, ma anche un’ombra, la sua. O forse il romanzo non è un affresco o un quadro, ma un’architettura barocca, o proprio la Torre di Capodimonte che è la casa di Palasciano e luogo nel luogo, il centro, la casa di Ferdinando e Olga.
E tutti i suoi merli e i suoi mattoni. I merli visibili, perché le linee a Napoli sono curve e rettilinee nello stesso momento; i mattoni, perché la storia che Marasco racconta è vera, è solida e con questa tutta l’attenzione del caso che l’autrice indaga con cura, perché anche i valori veicolati risaltino sempre.
Ferdinando Palasciano è stato un chirurgo e parlamentare venuto a mancare nel 1891. Di lui la pagina Wikipedia riporta una considerazione che è al centro della sua vita e di questo romanzo, anche perché queste parole furono tenute in grande considerazione durante la Convenzione di Ginevra del 1864, altresì ricordata per i diritti delle vittime di guerra, in anni in cui la Croce Rossa non esisteva ancora: «Bisognerebbe che tutte le Potenze belligeranti, nella Dichiarazione di guerra, riconoscessero reciprocamente il principio di neutralità dei combattenti feriti per tutto il tempo della loro cura e che adottassero rispettivamente quello dell’aumento illimitato del personale sanitario durante tutto il tempo della guerra.»
Medico capace, chirurgo apprezzato in tutta Europa, amico di Garibaldi dopo averlo curato, ma anche personalità circondata di ombre, una diagnosi di demenza, una forma di malattia mentale di cui certo la società dell’epoca teneva in considerazione solo per alcune delle sue implicazioni. Accanto a lui Olga de Vavilov, la moglie russa che protegge la vita dello spirito del marito, è una vestale moderna, stoica, dolcissima e fondamentale, la vera roccaforte di suo marito, pronta a esporsi agli attacchi esterni, seppure il Palasciano sia una figura amata e rispettata a Napoli, ma si sa, gli sguardi possono inquietare anche se non hanno intenzioni bellicose.
La Storia con la “s” maiuscola è quella dell’Italia unita, di un uomo diviso fra vita parlamentare e professionale, medica. Wanda Marasco ha giustamente scelto di voler riconoscere una memoria certo non molto nota, o meglio non nominata spesso, della cultura italiana. Ma quella che la accompagna e in un certo senso la accudisce è proprio la storia della malattia psichica del dottore protagonista, una forma psicotica non semplice né per sé stesso né per Olga, un distacco da sé che viene osservato da vicino, con riguardo e con delicatezza nell’affetto degli amici e nei tentativi di comprensione, questi, va da sé, non sempre in grado di specchiarcisi in modo equilibrato.
La scrittura è particolarmente calibrata a mostrare che il dolore di Palasciano è accompagnato da una lucida freddezza, come si evince sin dagli esergo di Bufalino e Pessoa. Wanda Marasco ci permette di restare in posizione privilegiata a guardare da vicino la condizione del dottore. Seguiamo il suo peggioramento prima con cautela, poi con apprensione, infine con disperata rassegnazione, una corsa prudente ma intensa, un sentiero accidentato non privo di bellezza. La narrazione alterna capitoli dalla struttura romanzesca classica, un narratore esterno che ci mostra gli eventi, ad altri in cui la narratrice è Olga, è il suo ricordo di Ferdinando, la sua narrazione interiore. Il tratto più evidente riguarda la presenza di frasi brevi, un ritmo sostenuto, quasi inesorabile:
Gemito. Storia umana marchiata dall’abbandono. Nei tratti dell’uomo sperduto si portava dietro un’infanzia enorme: nervi frementi, energia fanciullesca, fuga e vagabondaggio. Magro, nodoso. E si muoveva come se fosse soggetto al vortice di una tempesta, oscillando, ma radicato al suolo. Questa natura arborea la vedevi subito per come il corpo, tra slanci e stasi, pareva chiedere di continuo un posto sulla terra. (p.18)
La storia di Palasciano si intreccia con quella di altre personalità: Vincenzo Gemito, Domenico Morelli, Salvator Rosa, Antonio Ranieri, Edoardo Dalbono. Fra tutti loro, fra quasi tutti i personaggi, i dialoghi sono in napoletano. Il racconto non procede in senso cronologico, ma anche quando il centro non è la malattia di Palasciano, Marasco è cauta nel mostrarci quell’elemento come una costante della sensibilità del medico. Si veda per esempio questo passo, tratto dal capitolo dell’incontro fra lui e la futura moglie, affetta da una zoppia che ne segnerà i passi esistenziali, mentre in lui ancora nulla si è manifestato:
Uscito Trifonov, c’era stato un momento di imbarazzo. La signora taceva. Lui si sentiva sguarnito. Dal balcone arrivavano le strida dei gabbiani e dentro lo studio c’era come il vuoto di una musica interrotta. Era cominciata così, con un massacro della timidezza. (…) Aveva interrotto l’emozione con questo guizzo, ma il turbamento era tornato più forte sette giorni dopo. Olga, distesa sul tavolo operatorio, nel sonno provocato dal cloroformio. Gli era parso un corpo appena creato. E le sue azioni di medico un’intrusione nel mistero della creatura. (pp.38-39)
Il resto degli eventi raccontati riguarda l’incarcerazione di Palasciano, l’internamento, il successivo ritorno a casa, e di volta in volta vengono registrate con assiduità e attraverso i dialoghi le reazioni, le attese, gli sviluppi, specialmente quelli dei due protagonisti e degli amici più stretti. Come già detto l’intenzione di Wanda Marasco è di tracciare un arabesco che parta dal corpo, o meglio dai corpi (quello di Palasciano, malato nella psiche, e quello di Olga, malata alla gamba) giù verso la sua anima che è ogni anima, e rendendo onore alla sua memoria si tramuta il dolore in poesia, o, se non altro, in uno sguardo trasversale di cui lo stesso Palasciano sembra volersi rendere conto, osservandosi con spirito scientifico che unisce la consapevolezza di sé alle percezioni del mondo esterno, a creare uno spazio intermedio rigoglioso e ridondante:
Piano nei secoli. Ci aveva messo lo zelo a credere che la cavalla e il suo spirito fossero una cosa sola. Un unico corpo sacro e animale che sfiorava muraglioni e parapetti e assorbiva il carattere di materie innalzate e sprofondate nello stesso istante. Che istante era? Lo aveva capito di fronte al mare, quando il disegno si era definito. (…) Fine del mimetismo animale. Il tempo di accarezzare la cavalla. Fremiti delle froge. Erano anche i fremiti suoi. Stavano ultimando il racconto di come aveva dovuto penetrare le cose morte e vive per tornare a casa. (pp.79-81)
Di spalle a questo mondo è un romanzo coraggioso, lirico, dalle tinte strabordanti, eccessive, con le parole gonfie di possibilità e implicazioni, un’epica contemporaneamente popolare e nobile, ricca di contrasti, dove convivono “scivoloni” da romanzo rosa con elementi che puntano allo sbalordimento, un ritmo che è drammaturgico e violento:
Perché era toccato a lei quel destino capovolto? E l’amore. L’amore che non salvava. Doveva proteggere Ferdinando da sé stesso, sorvegliarlo, somministrargli le medicine mattina e sera, mettere in ordine ogni giorno il dolore. Segretezza forzata, menzogne. Una dietro l’altra le finzioni necessarie. Tenere in equilibrio due vite vacillanti. Obbedire alla malattia. A nient’altro che alla malattia. (p.119)
Un romanzo che punta in alto, estremamente connotato, con una presenza costante dell’autrice dentro la narrazione, una scrittura vitale e rigogliosa, coraggiosa e forte, che sa tenere con costanza l’asticella del ritmo e dello stile, a tratti forse troppo laboratoriale, poco propensa a lasciare spazio al lettore.
