Zozza Numero Uno: il disprezzo è una cosa seria

Zozza Numero Uno: il disprezzo è una cosa seria

“Zozza Numero Uno: il disprezzo è una cosa seria” è un racconto di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale

Immaginavi fanciulle nude e curvilinee sedute sul tuo inguine depilato e a prova di germi mentre l’Italia protestava. Dove avevano parcheggiato i loro trattori quei contadini che si facevano chiamare imprenditori? Erano davvero degni di avere un conto corrente bancario quei quattro camionisti avvinazzati? Cosa pretendeva dal Governo la massaia con le unghie smaltate color verde-pisello?

«Ognuno è causa del proprio destino» dicevi tu mentre «scrollavi» il cellulare ricercando «pelo di donna tirato a lucido». La tua tattica era semplice ma efficace: mandare a trenta prescelte un messaggio standard che recitava: «Ti vedo, ti penso, ti sento, ti voglio». E sebbene tutto fosse così pacchiano, fanaticamente tamarro, qualcuna la acchiappavi, la conquistavi e le davi il ben servito. La mandavi a casa bollata. La classificavi in base al grado di «zozzeria» dimostrata dal primo approccio.

Zozza Numero Uno l’avevi conquistata da sei mesi e fin dal primo appuntamento si era dimostrata vogliosa e fantasiosa. Da laureata-sportellista-bancaria non ammetteva compromessi. Era sposata, innamorata spiritualmente, ma non più fisicamente, di suo marito. Al poveretto avevano diagnosticato qualche problemino di «tenuta» dell’impalcatura. Tu ci ridevi sopra.

Era modernista, poco terzomondista, sapeva bene di lavorare tra gli speculatori, ma pure di vivere in uno dei poche nazioni del mondo che le davano la possibilità di rispondere con una «emoticon con gli occhi a cuoricini» e uno «slurp!» alla foto quotidiana del tuo pene eretto e in primo piano. Tu la guardavi con ammirazione. Era libera, indipendente, abbastanza emancipata da non metterti nei guai con colpi di testa.

Ti eri confidato con un tuo amico. Anche lui c’era passato sotto e te la descriveva come una tipa «tranquilla», una che si «fa le sue cose e si pulisce a casa sua». C’avevi riso su, però un po’ ti dava fastidio il fatto di non essere l’unico. Fatto sta che il tuo amico l’aveva mollata perché: «anche le zozze scocciano». E alla fine gli davi ragione, perché come lo infili infili, i buchi e i contorni sono sempre quelli.

Però non eri mai sazio. Zozza Numero Uno continuava ad attizzarti. Le sue mani sapevano lavorare, la sua bocca non aveva mai fatto obiezioni. Era ciò che era e andava bene così. Ma cercavi sempre alternative da buon uomo di sana e robusta costituzione. Pure se ti fossi sposato, tu avresti continuato. Cercare per deflorare era la tua natura.

Immaginavi una donna tutta per te, custode del focolare come quella mamma che ancora ti dava retta nei tuoi capricci. Tua madre ti additava come un «farfallone», ma andava fiera di te anche se facevi il minimo indispensabile per guadagnarti da vivere dietro lo sportello delle Poste. Lo stipendio sicuro, una certa laboriosità unita all’amore per il risparmio ti rendevano agli occhi di colei che ti aveva messo al Mondo un uomo affidabile. Per il resto ci sarebbe stato tempo.

Il disprezzo verso quegli uomini in rivolta ti veniva perché di tutto ciò che possedevi sapevi accontentarti. «Lo stipendio non manca a nessuno in Italia – dicevi – basta solo farci i conti». Chissà cosa volevano quei camionisti che, secondo te, altro non avrebbero potuto fare.

«Quale solidarietà – sbraitavi – loro vogliono vivere al di sopra delle loro possibilità. Se la prendono con chi ha di più perché invidiano la loro furbizia». Pure tu avresti potuto lavorare altrove, invece, appena hai trovato la raccomandazione ti sei infilato nel sistema.

Volevi un posto fisso con tanto di benefit e tredicesima, e te lo sei preso. Lo dicevi anche all’amico tuo che ancora a trentacinque anni faceva supplenze nelle scuole. Non voleva «calci in culo» perché poi avrebbe dovuto fare «marchette» per tutta la vita. E tu ridevi quando diceva quelle cose con il viso arrossato e la bava alla bocca. Ribattevi che quelli come lui si fanno fregare dal primo che capita.

E subito pensavi alla sua compagna, Tina detta la PanzaBaffa. Una che sembrava una bambolina paffuta di porcellana, che programmava la vita di chiunque le capitasse a tiro. Uscire con lei voleva dire attenersi a una scaletta stilata giorni prima, tant’è che una pizza insieme si trasformava in una missione militare.

Ogni volta che pensavi a lei, rotonda e goffa, immaginavi il tuo amico districarsi su un corpo nel quale annegava. Quando vi incontravate osservavi la sua camminata. Se notavi una certa rigidità nel movimento, allora era certo che la PanzaBaffa si era seduta su di lui, su quel corpo esile che era troppo preso dalle preoccupazioni per dedicarsi con cura alla penetrazione.

Ed era in quei momenti, quando notavi la disperazione sul volto del tuo amico, le sue occhiaie violacee, la sua incapacità di ragionare con tranquillità, che tornavi con la mente alla tua Zozza Numero Uno. Era quella frivolezza la tua salvezza, quella vita senza sforzo che includeva la spensieratezza e l’ignoranza che ti davano vitalità.

Ecco perché disprezzavi quelli che protestavano, perché loro non avevano capito e non capiranno mai. «A volte non avere una patria è una salvezza», dicevi di quegli italiani che si lasciavano fregare dagli scaltri. E mentre l’agricoltore intervistato piangeva disperato, tu sorridevi perché, anche quel giorno, Zozza Numero Uno aveva risposto «Slurp!» alla quotidiana foto del tuo pene eretto.

Post correlati