Spomenik: Viaggio spaziale nella Jugoslavia che resta

Articolo di Alessio Barettini. In copertina “Spomenik: Viaggio spaziale nella Jugoslavia che resta” di Gianni Galleri, Bottega Errante Edizioni, 2025
Alcune cose stupiscono in virtù della loro essenza e poi può capitare che mano a mano che il tempo passa e si acquisiscono esperienze, gli uomini si stupiscono molto di meno. Generalmente ciò che può stupirci esula dalla nostra banalissima quotidianità: lo stupore si esprime, per esempio, in tanti modi: una sfida, un caso, un cambiamento, un desiderio. O a causa del tempo.
Bisognerebbe custodire una scienza dello stupore, affinché le stanchezze non lo vincano mai del tutto: stanchezza del già visto, stanchezza letteraria, stanchezza di chi non sa cosa né come inventare o inventarsi. Affinché si abbia ancora il coraggio di restare sorpresi.
Per esempio, a noi occidentali abituati a bazzicare le strade delle città europee, o anche dei più piccoli paesi in Italia, può capitare di vedere monumenti di un certo tipo, espressioni di una certa classicità, a volte persino un po’ tronfi, architetture che, se pure di stili molto diversi, ricorrono, nel senso che ne incontriamo di molto simili in parti diverse di tutta Europa, perché siamo abituati a celebrare, attraverso i monumenti, creandone tipologie tutto sommato standardizzate: busti, figure, rappresentazioni verosimili, perlopiù.
Ma scommetterei un giro su me stesso che un occidentale che non ha mai visto uno spomenik e lo vede per la prima volta rimane stupito. Perché questi monumenti sono tutta un’altra storia. Perché sono così diversi da ogni altro? Cominciamo dall’inizio.
1. La storia
Jugoslavia, un paese che non esiste più, ma che è esistito nella coscienza di popoli diversi uniti a loro modo, che ha una storia importante e sottovalutata nel Novecento europeo e mondiale. Un paese che è sempre presente nelle principali occasioni di svolta della storia del ventesimo secolo, e che ha un ruolo fondamentale nella lotta al nazifascismo, al suo interno si produce una Resistenza come in nessun’altra, all’infuori forse dell’Italia.
Un paese che ha visto vittime, eccidi, battaglie durante quegli anni, che si è formato in un progetto visionario e politicamente unico. Un paese sfaccettato, multiculturale, multireligioso e multietnico, che di queste differenze ha saputo fare esempi virtuosi e anche tragici nel corso della storia.
2. La memoria
La Jugoslavia titina, compatta politicamente, per anni protagonista di una terza via mondiale, una nazione socialista ma non allineata allo stalinismo, ha sviluppato negli anni della sua esistenza il desiderio di celebrare i luoghi dei più tristemente famosi episodi di morte avvenuti durante la lotta per la liberazione. Lo ha fatto attraverso bandi con cui i vincitori avrebbero eretto dei monumenti commemorativi nei luoghi più significativi.
Questi monumenti da allora sono sparsi per tutto il territorio ex-jugolsavo sono detti spomenik, che in lingua serbo-croata, slovena e macedone significa appunto monumento. Il fatto è che quei monumenti sono talmente unici da non poter non essere visti con occhi pieni di stupore.
E anche, e questo forse va da sé, o almeno è andato da sé per tante ragioni socio-politiche, decisamente sottovalutati nella cultura europea, del resto sempre così disattenta e indifferente a tutto ciò che viene dalla sua parte orientale e specificamente balcanica.
3. La particolarità
Gli spomenik sono il frutto dell’estro di grandi artisti, architetti e scultori provenienti da quelle aree, che emergono su alture o spiazzi, immerse in parchi o circondate da boschi e montagne. Sono enormi, bizzarri, futuristici, evocativi, simbolici, brutalisti, fantascientifici, astratti, megalitici.
Sono talmente belli che per accorgersene basta farsi un giro su www.spomenikdatabase.org, il sito che li raccoglie, li racconta, li spiega e li ama. E poi c’è un libro, scritto da Gianni Galleri per Bottega Errante Edizioni e uscito nel 2025, che si chiama Spomenik, che nasce dall’amore del suo autore per quelle terre e dalla necessità di raccontare queste strutture dell’inverosimile.
4. Il libro
Questa volta partiamo dalla fine, dalla sua fine. Spomenik di Gianni Galleri è uscito per raccontare questi monumenti che vengono dal futuro ma appartengono al passato, che raccontano un’epoca distopica, un futuro che sarebbe potuto essere e che non è mai stato. Tutto questo si evince proprio dalle conclusioni del libro, che pure sono amare, perché amara è la domanda: “Perché fare tutto questo?”, ovvero, perché andare in viaggio, spomenik dopo spomenik, a constatare qualcosa che non esiste più, e perché prendersi la briga di intervistare, di studiare questo mucchio di opere di cemento di cui nessuno più si cura, perché scriverne per pochi incoscienti appassionati o semplicemente curiosi come lui?
Ecco, tutto questo ha un motivo: la possibilità di identificarsi in un concetto geografico e politico, di siglare un’appartenenza storica e ideologica: Jugoslavia, un nome che oggi suona come il paradosso di essere un’entità ieri esistita, storica, oggi puramente astratta e forse irripetibile domani.
Eppure l’unità jugoslava permea tutto il libro, è la base di partenza di questi monumenti che celebrano un passato comune e ricordano che è esistito un tempo in cui queste terre martirizzate dai nazionalismi e dagli odi etnici, e parallelamente religiosi, sono state una, un sogno politico fuori da ogni grande gioco ma capace di evocare una possibilità che, proprio in quanto reale, fa ricordare i grandi temi dell’utopia classica e le relative implicazioni. E poi ci sono loro, gli spomenik.
Del resto sono monumenti che raccontano storie utopiche, a modo loro, perché raccontano storie potenziali, ne raccontano tante e sempre la stessa. Gianni Galleri procede a raccontare dei più importanti fra tutti gli spomenik, ce li mostra fin da quando decide di andarci, ci racconta il viaggio, l’arrivo, le aspettative, le delusioni, l’incontro, lo stupore. Ci racconta la storia di ciascuno di questi, perché sono stati costruiti, da chi, in quale modo, attraverso quali scelte, in mezzo a quali giravolte politiche, ideologiche.
La storia che si evolve in modo bizzarro, le inaugurazioni avvenute dopo singolari peripezie. Galleri va alla ricerca di un racconto completo per ognuno degli spomenik, chiama in causa persone che se ne occupano, che in qualche modo sono collegati a essi, i figli degli artisti, per esempio. Ognuno prende vita, e la passione autentica di chi racconta si percepisce, ci fa sembrare di essere lì con lui, ci fa desiderare di partire per andare a vederli dal vero, questi singolari mostri di cemento testimoni due volte: dell’episodio che rappresentano e di un modo di ricordare che evoca storie che a noi appaiono così lontane da non sentirle, se non ci fermiamo ad ascoltarle.
