Psicanalisi della società contemporanea: l’amore secondo Fromm

Articolo di Domenica Frontera. “Psicanalisi della società contemporanea” di Erich Fromm, Mondadori, 1987
In “Psicanalisi della società contemporanea”, scritto nel 1955, Erich Fromm cerca di dimostrare, andando oltre le prospettive materialistiche e deterministiche del XX secolo, che l’uomo non è soltanto costituito e diretto nel suo agire dagli istinti, ma è soprattutto animato dal suo fondamentale bisogno di essere in relazione con il prossimo.
Infatti anche se tutti i suoi bisogni fisiologici fossero soddisfatti, egli avrebbe sempre coscienza di essere un animale “gettato nella vita”, un “grido impotente nella notte” che esprime la ricerca di un aiuto, di una presenza; del senso ultimo del suo esistere.
Per lo psicanalista di Francoforte la necessità di unirsi ad altri esseri viventi e di esser loro collegato è “un bisogno imperativo, forte come gli stessi istinti, dal cui soddisfacimento dipende la salute psichica della persona.”
La relazionalità appare, dunque, come il fondamento della stessa natura dell’uomo e costituisce il bisogno presente in tutti i fenomeni che costituiscono l’intera gamma degli intimi rapporti umani, di tutte le passioni che sono chiamate amore, nel più largo senso della parola.
Questa relazione può essere cercata e raggiunta in diversi modi. Il primo è il modo della “Sottomissione”, cioè quell’atteggiamento che porta l’uomo a sottomettersi ad una persona ad un gruppo, ad una istituzione, a Dio. In questo tipo di relazione l’essere umano supera la sua solitudine diventando parte di qualcosa o di qualcuno più grande di lui e si assicura una identità in rapporto al potere cui è sottomesso.
Un’altra possibilità di vincere questo isolamento, questa sensazione di essere stato cacciato da un presunto paradiso, si può manifestare in quelle forme di relazioni caratterizzate dal “Dominio”. L’uomo può cercare di unirsi all’altro e al mondo “dominandolo”, facendo in modo che gli altri diventino una vera e propria parte di sé risolvendo così, per mezzo dell’autoritarismo e del possesso, la sua angoscia esistenziale.
L’elemento comune sia alla sottomissione sia al dominio è l’aspetto simbiotico di queste “unioni”. Esse distruggono quella identità personale e quel senso di comunione che si stava cercando di costruire perché invece di sviluppare l’integrità e la maturità “dell’esserci” lo rendono schiavo della sottomissione e del controllo su gli altri. Assistiamo quindi all’emergere della maschera della nevrosi, a quell’uno, nessuno e centomila di pirandelliana memoria.
Per Fromm una sola relazione può soddisfare il bisogno di unire se stessi al mondo e di conseguire nello stesso tempo un senso di dignità e di individualità: l’Amore.
L’amore è infatti unione con qualcuno o qualche cosa, al di fuori di se stessi, che consente di superare l’isolamento e di realizzare la propria identità. È un’esperienza di partecipazione, di comunione, che consente la massima realizzazione dell’attività interiore di ciascuno. “L’esperienza dell’amore elimina la necessità dell’illusione” ed evita il bisogno di maschere perché è esperienza di solidarietà e di incontro reale con il nostro prossimo.
Nell’atto amoroso non c’è motivo né di sottomettersi né di dominare perché non c’è bisogno di esaltare l’immagine dell’altra persona o di se stessi. L’Amore, per l’esponente della cosiddetta Scuola di Francoforte, è “percepito” e vissuto, nella società contemporanea, in modo estremamente narcisistico perché dipendente dall’attuale sistema economico troppo impersonale e competitivo.
Esso tende a ridurre a merce di scambio anche le emozioni, fino coprire con il suo ottuso “rumore di niente” il “grido di aiuto dell’uomo”; quella domanda di senso che attende di essere presa in considerazione e che non può essere elusa o narcotizzata dall’effimero possesso delle cose e dal culto del sé.
Secondo Erich Fromm, quindi, l’occidente vive una psicopatologia collettiva dominata da tratti narcisistici che impediscono una armoniosa crescita dell’umano e ci consegnano inevitabilmente ad una sola e distruttiva realtà: quella dei suoi processi mentali, delle sue sensazioni e dei suoi bisogni che ignorano completamente la vita come relazionalità concreta e reale.
Il mondo esterno non è più la natura ma la legge del mercato e “l’altro da me” non è mai “esperito” e conosciuto ma solo inteso come un oggetto utile o non utile al desiderio di un Ego sempre più insicuro, astratto e collettivo.
