In linea d’aria di Rocco Giudice

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “in linea d’aria” di Rocco Giudice, Qed Edizioni, 2025
In linea d’aria fa intendere una distanza che si può colmare solo usando le vie del cielo, viaggiando con la testa fra le nuvole, ricercando nell’etere parole che siano leggere, prive dei pesi terreni. In linea d’aria due luoghi, due città, due persone, si guardano senza ostacoli o barriere.
Parto da questa metafora per raccontare la raccolta di Rocco Giudice, poeta della distanza e dell’assenza. Sceglie anche lui la via semplice, lineare, difficile però da attuare fino in fondo, perché bisognerebbe essere puro pensiero, svestirsi del corpo e di ogni struttura e sovrastruttura sociale.
La poesia di Giudice è così: una freccia che centra l’obiettivo superando le impurità che separano il presente dal passato, i morti dai vivi, i ricordi dai rimpianti, le gioie dei bei tempi dal dolore dell’oggi.
La parola si fa ponte che l’autore attraversa solo per essere spettatore di un qualcosa di immodificabile, ma che può solo essere raccontato con il senno di poi. E in questo slancio che avviene lungo la “linea d’aria” che si riformula la coscienza, aggiungendo a essa la consapevolezza del più doloroso dei limiti che l’uomo ha: dover essere molte volte spettatore di sé stesso.
Scrivere vuol dire andare oltre perché la vita, il mondo, la quotidianità non bastano. Ciò che rende genuino lo stile è la caduta di ogni freno inibitore, perché spogliarsi e restare nudi è un atto di coraggio. Mostrare la propria vulnerabilità, nonostante essa caratterizzi tutti gli uomini, non è semplice. Giudice lo fa, trovando casa in quel luogo misterioso in cui i ricordi si legano alle aspirazioni, i traumi hanno ormai punte arrotondate e la vita sembra fluire senza scossoni in un’accettazione che dovrebbe dimostrare saggezza.
Ma può morire il bambino che è in noi? L’eros che ci ha tirato nella mischia? La volontà di potenza che sfida la paura della morte? No, nessuno può perdere queste caratteristiche, neanche nell’estrema caducità. Aver fatto esperienza anche per una sola volta della gioia e del dolore ci condanna. “Dopo la prima morte non ce n’è un’altra” scriveva Dylan Thomas.
“In linea d’aria” è una raccolta che ci porta lungo le strade del cielo, percorrendo rotte che ciascuno di noi può tracciare in libertà, senza preoccuparsi di inciampare, di cadere, di trovarsi davanti a qualcosa di insormontabile. È una poesia atipica quella di Giudice, che si dibatte tra mondi possibili, a cui appare limitata anche una sola rotta, in cui si disvela il dramma dell’uomo che ogni giorno fa i conti con ciò “che resta e ciò che va via”.
