Nutrimenti terrestri: Gide nel segno del fervore

Nutrimenti terrestri: Gide nel segno del fervore

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Paludi e I nutrimenti terrestri” di André Gide, edizione Garzanti

C’è un Dio che tanto si nasconde quanto si rivela nell’esperienza e in ciò che ci circonda. Più facciamo nostre le cose, più le assimiliamo senza interferenze e più assaporiamo la vita. Io non so di cosa fosse preoccupato André Gide quando scrisse quest’opera, sicuramente egli è riuscito a descrivere bene cosa fosse il fervore.

E che sia il fervore l’unica forza che dovrebbe guidarci?

Nutrimenti terrestri” è dedicato a Natanaele, un giovane ancora chiuso nelle convenzioni e seguace di rigidi dettami. È forse un personaggio inventato. Lo scrittore francese si prende la briga di dare qualche consiglio per non rendere la vita una noiosa lotta tra “giusto” e “sbagliato“, tra “bene” e “male“. Ma per fare questo bisogna eliminare prima di tutto ogni pregiudizio, dopodiché vivere “nudi” e lasciarsi abbracciare dall’esistenza.

Nulla va trattenuto per sempre, niente si manifesta per restare in eterno. Giusta è la conoscenza, pericoloso è sentirsi sazi. Gide scrive tutto questo alla fine del XIX secolo, esattamente intorno al 1897. Qualche anno prima aveva composto “Paludi“, in cui manifestava il suo disprezzo per la patinata scena culturale parigina, non dissimile a quella nostrana e che oggi ci viene descritta attraverso i social.

Lo scrittore francese era convinto che la Terra si salva solo grazie alle persone non sottomesse, che liberamente esprimono il loro pensiero evitando ogni sorta di conformismo. Natanaele non ci viene mai presentato per davvero, ma resta sempre lì, sullo sfondo, come una piacevole fissazione alla quale tornare nel momento in cui l’autore divaga. È questa necessità di comunicare il proprio “fervore” che fa di “Nutrimenti terrestri” un libro iniziatico, che squarcia il velo dell’ipocrisia per ridare alla mondanità il suo significato primario.

Queste pagine sanno di terra, di fieno, di spazi immensi, di foreste e pianure, di tutto ciò che non vive nella modernità.

Gide parla quasi come Zarathustra, colui che ha prima sperimentato e solo dopo si prende il lusso di raccontare la sua esperienza. Ed è proprio per questo che, alla fine, l’autore impone a Natanaele di strappare il libro, perché egli deve trovare il suo metodo, nonché la sua strada, per confluire nel mondo. Non esistono né maestri né suggeritori. Possiamo prendere tutto questo come un esempio da cui trarre spunto, ma la rielaborazione dev’essere personale.

Ed ecco quindi la piena libertà: quella che non si concede, ma che ognuno di noi si procaccia e interpreta a modo suo, vestendosene all’occorrenza. Gide esorta a non sottomettersi, a non cercare solo per un istante, ma senza sosta. Questo fa di “Nutrimenti terrestri” un libro che non si lascia corrompere dal tempo. È la natura, intesa sia come intimità sia come habitat della vita, a essere protagonista.

L’uomo ha il compito di apprendere, di non sprecare il tempo, di nutrirsi fin quando gli viene concesso. È in questo andare che Dio appare e scompare, diventa un enigma senza soluzione, ma pur sempre affascinante. E di questo insegnamento, di cui poi dovremmo disfarci, dobbiamo fare tesoro in ogni istante.

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