La vita bugiarda degli adulti: dietro le quinte dell’adolescenza

La vita bugiarda degli adulti: dietro le quinte dell’adolescenza

Articolo di Letizia Falzone. In copertina: “La vita bugiarda degli adulti” di Elena Ferrante, E/O Edizioni

La vita bugiarda degli adulti segna il ritorno di Elena Ferrante a Napoli dopo il travolgente successo internazionale de L’amica geniale. Ma se nella tetralogia precedente la crescita passava attraverso il filtro di un’amicizia epica lungo l’arco di un’intera vita, qui l’attenzione si stringe sul vertiginoso, confuso e doloroso passaggio dall’infanzia all’adolescenza della protagonista, Giovanna.

La vicenda si svolge a Napoli negli anni ’90. Giovanna è una ragazzina di dodici anni che vive nella Napoli “di sopra” (il Vomero), una bolla borghese, intellettuale, colta e apparentemente perfetta. L’incipit del libro è un vero e proprio innesco narrativo. Giovanna sente il padre pronunciare a mezza voce una frase destinata a frantumare le sue certezze: Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta… disse che stavo prendendo la fisionomia di zia Vittoria.

Zia Vittoria rappresenta tutto ciò da cui la famiglia di Giovanna si è sempre distanziata: è la Napoli “di sotto” (l’orfanotrofio, l’Industriale), una donna rozza, violenta, viscerale, rancorosa, ma spaventosamente autentica. Per capire se sta davvero “diventando brutta” come quella zia mai vista, Giovanna chiede di incontrarla. Questo incontro apre una voragine nel mondo dorato della protagonista, svelando un groviglio di risentimenti familiari, tradimenti e ipocrisie.

Il tema centrale, come dichiara il titolo stesso, è la menzogna. L’adolescenza di Giovanna coincide con la scoperta che gli adulti — in primis i suoi genitori, fino ad allora divinità infallibili e colte — mentono continuamente. Mentono per convenienza, per decoro, per coprire infedeltà e fallimenti.

La “buona educazione” della borghesia si rivela per Giovanna niente più che una patina lucida sopra il vuoto. Al contrario, zia Vittoria incarna la verità, ma una verità feroce, distruttiva e priva di filtri.

Come spesso accade in Ferrante, la città è un personaggio a sé stante, diviso in due polarità:

La Napoli alta (il Vomero): il luogo della cultura, del linguaggio forbito, del progresso, ma anche della repressione emotiva e dell’ipocrisia.
La Napoli bassa (Zona Industriale/Pascone): il luogo del dialetto, dei sentimenti sguaiati, della violenza verbale, ma anche di una vitalità primitiva e senza sconti.
Il viaggio di Giovanna tra queste due dimensioni è sia fisico che interiore: un continuo pendolarismo per trovare la propria identità.

Il corpo femminile in trasformazione è trattato senza alcun romanticismo. Giovanna si guarda allo specchio e si vede brutta, sgraziata, “sbagliata”. La scoperta della sessualità avviene in modo goffo, a tratti straniante e privo di idillio, rispecchiando la confusione di un’età in cui non si sa più chi si è e non si sa ancora chi si diventerà.

Un elemento fondamentale dell’intreccio è un bracciale d’oro, che passa di mano in mano cambiando continuamente significato. Da simbolo di affetto diventa emblema di tradimento, pegno d’amore, strumento di riscatto e infine oggetto disprezzato. È il talismano che lega la Napoli di sopra e quella di sotto, svelando i segreti di entrambe.

Lo stile di Elena Ferrante si conferma incalzante, scarno e ipnotico. La narrazione è in prima persona, dal punto di vista di una Giovanna ormai adulta che ricostruisce il suo passato. La lingua oscilla continuamente tra il registro alto, forbito (l’italiano dei genitori di Giovanna) e le incursioni represse del dialetto napoletano, che irrompe ogni volta che le emozioni primordiali scavalcano il controllo razionale.

“La vita bugiarda degli adulti” non è un semplice coming-of-age (romanzo di formazione), ma piuttosto un romanzo di “demolizione”: la demolizione dell’infanzia, delle illusioni e del rispetto verso la generazione dei padri. È una lettura cupa, densa, talvolta dolorosa, ma straordinariamente lucida.

Elena Ferrante si conferma una maestra nel raccontare la complessità della psiche femminile e il momento esatto in cui scopriamo che diventare adulti significa, inevitabilmente, imparare a convivere con le bugie.

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