La casa del dormiveglia di Sandro Campani: una recensione

Articolo di Daniela Grandinetti. In copertina: “La casa del dormiveglia” di Sandro Campani, Einaudi, 2026
Quando scrivi dei libri che hai letto, tutti sono più o meno belli. L’ultimo lo è (quasi) sempre.
Ma il libro di cui scrivo qui è di una bellezza particolare: quando le pagine tra le mani sono crisalidi che ti aspettano, tu le sfogli, e una volta chiuso il libro ecco le farfalle volare, se ne vanno. Tu sei lì che le guardi, malinconica; vorresti che restassero, te ne stai con il libro chiuso a fissare l’albero sopra di te, chiedendo a quello spicchio di cielo che si intravede: e adesso? Ti spiace averlo finito. Pensi che qualsiasi altro libro sfilerai dalla pila sembrerà banale.
Dell’autore, Sandro Campani, avevo già letto Il giro del miele, I passi nel bosco e Alzarsi presto. Il libro dei funghi (e di mio fratello) e conoscevo il suo ritmo di scrittura dolce, contemplativo, lento. Il ruolo della natura, dei boschi dell’Appennino dove lui stesso vive, degli animali, del paesaggio, delle persone e le relazioni che nascono.
Nell’ultimo romanzo, La casa del dormiveglia, non so se dire che si è superato, ma se non possiedi intimamente la scrittura e la voce, è difficile tenere incollato il lettore a duecento cinquanta pagine, dall’inizio alla fine, senza che riesca a staccarsi, quando in quelle pagine non succede niente: una storia semplice, lineare quanto basta, niente colpi di scena, niente artifici. Solo la forza della scrittura.
La copertina del romanzo raffigura la parte posteriore di un gatto con la coda alzata e dietro c’è l’ombra di una mano: si dice che il gatto abbia sette vite, che è un animale libero, autonomo, che non si lega completamente agli umani. Un animale vagabondo per natura. L’ombra di quella mano non riesce ad afferrare la coda del gatto, di quelle sette vite non ne prende neanche una. Il protagonista del romanzo, è un po’ così.
La storia di La casa del dormiveglia si sviluppa attorno a una casa isolata, una villetta bifamiliare che Toschi, proprietario di un’azienda di ceramiche, decide di comprare. La compra pensando di trasferirsi lì con la moglie Federica e il figlio Giulio. Ma Toschi è un uomo che segue la religione del lavoro, è ciò che ha di più importante e non importa se i rapporti familiari si guasteranno, lui continuerà a seguire la produzione delle sue piastrelle con i suoi dipendenti/amici.
Man mano che la narrazione procede, va avanti anche il tempo: la trasformazione dei luoghi, cittadine e paesi dell’Appennino, adesso vede baracconi al posto degli alberi, i bar dove bere il vino e la birra, il mutare delle vite degli altri personaggi: la moglie, il figlio e la compagna Chiara, suo nipote Giacomo.
C’è la casa, su in montagna, dove rimarrà da solo e dove gli pare di sentire voci. Invecchia, diventa nonno, non risolve il rapporto conflittuale con il figlio fino all’uscita dall’azienda, non sa se ha amato sua moglie, vede qualcuno nuotare in una piscina che forse c’era, ma adesso non c’è più. Toschi non sembra tuttavia farsene un cruccio. È la sua vita, non ce n’è un’altra. È così come gira nei luoghi dove vivi, non sembrano essercene altri.
Toschi finisce per vivere tra il sonno e la veglia, dove realtà, visioni e ricordi si confondono. Niente è simbolico in questo romanzo, la natura non è mai idealizzata: è un ambiente concreto, fatto di boschi, sentieri, animali, stagioni e lavoro. Lo stesso ciclo che accompagna le esistenze dei personaggi, ed è quello che detta i tempi della narrazione.
Tutto è naturale, inevitabile, normale. E ciò che rimane in sospeso lì resta. L’autore preferisce mostrare le persone nelle loro fragilità, i conflitti come gli sguardi, come ciò che avrebbe potuto essere e non è stato e se non è stato non doveva essere.
Il punto di forza è l’atmosfera, costruita con pazienza, perizia nella scelta delle parole, e una coerenza narrativa che non si inceppa mai. Scivoliamo nel ritmo lento, misurato, che in fondo è quello della montagna quando non la sfidiamo. È la vita com’era e com’è.
La casa del dormiveglia è un romanzo che non cerca di impressionare chi legge, piuttosto lo accompagna in una storia, dimostrando come Sandro Campani sia uno degli autori italiani più coerenti nel raccontare il mondo delle aree interne e il rapporto tra le persone e i luoghi che abitano.
Il lavoro può divorare l’anima, farla a brandelli, ridurci a sentire voci che non abbiamo ascoltato e l’ombra di quella mano in copertina ricorda che spesso l’ombra da cui fuggire può essere proprio la nostra.
“Il bambino si è calato dalla roccia, sul lato tondo della Pagnotta; non ha avuto neanche bisogno di girarsi, è sceso guardando all’avanti, puntando i piedi e scivolando sulle chiappe. Toschi è passato sul lato del bosco, in mezzo ai faggi grandi, tocca quei rami orizzontali: ha la sensazione d’esserne ignorato, tenuto fuori da un segreto; in terra c’è piano di foglie, si affonda fino alle caviglie (…) gli viene da pensare scioccamente alla cioccolata che si dimentica in tasca, e si scioglie, poi risolidifica in una nuova forma. Una forma che ha una sua intelligenza. I rami gli frusciano intorno, per un venticello che penetra nel bosco: non è una vibrazione, e neanche un suono, è qualcosa che sta nel mezzo.
Giacomo s’è annoiato nella parte tonda, sta provando a salire da questa (…)
– Fra tre minuti andiamo, abbiamo promesso – dice Toschi. Gli è venuta a girare un po’ la testa. È stanco, e ha freddo. Si siede su una pietra, a qualche metro dal bambino, invece di stargli sotto badando che non cada.”
