«Come ama il buio»: Cocco e il gioco del perturbamento

«Come ama il buio»: Cocco e il gioco del perturbamento

Articolo di Martino Ciano. In copertina: «Come ama il buio» di Emanuela Cocco, Nottetempo edizioni, 2026

Una cosa che mi piace davvero tanto di Emanuela Cocco è la sua capacità di seminare dettagli che in un primo momento sembrano gettati lì, a casaccio. Magari dopo dieci, pure cento pagine, quelle cose ti ricompaiono davanti con tutto il loro potere rivelatore.

Ciò vuol dire che un romanzo di Emanuela Cocco è un mondo aperto, denso, ricco di scenari da attraversare. Questo universo è capace di catturarti fino all’ultima pagina. Certo, è un libro, quindi devi leggerlo, ma sei in grado di immaginarlo, di costruirlo, di farne parte, di portarlo con te sempre.

«Come ama il buio» è un thriller supportato da un’ottima trama, dai giusti colpi di scena, da tutto quello che serve per inchiodare gli occhi del lettore alle pagine, ma in esso c’è principalmente quel potere, di cui parlo sopra, che ne fa un titolo di qualità. E ciò mi fa domandare, ancora una volta, perché in Italia certi libri devi andarli a scovare, mentre molte mediocrità stanno sempre in bella vista.

Ma un’altra cosa che mi colpisce di Emanuela Cocco è la sua scrittura senza forzature. Ha un suo ritmo, non cerca effetti speciali, ti mostra le cose. C’è poi quella capacità di costruire personaggi complessi. Anche quelli che compaiono per poco tempo hanno una loro profondità, un passato, persino qualche sogno nel cassetto.

Cosa voglio dire? Che «Come ama il buio» è un romanzo che mi ha sorpreso, ma non perché non avessi fiducia nell’autrice, che seguo da sempre e che mi ha incantato con «Trofeo», ma perché ho trovato finalmente quel sapiente mix di narrazione e componente psicologica capace di svelare luoghi nascosti.

Quello che crea Cocco è prima di tutto un mondo di persone ossessionate, guidate dalle loro nevrosi. Non ci sono buoni o cattivi, ma uomini e donne che si studiano, che hanno bisogno di riversare le loro ossessioni sugli altri. In alcuni frangenti mi è sembrato di seguire l’indagine del protagonista di «La promessa» di Friedrich Dürrenmatt. Qui però una soluzione c’è.

Il romanzo parte con la più classica delle scene: quattro persone vengono trovate morte in un appartamento di Roma. Le vittime sono state uccise a colpi di pistola. A indagare sul caso sarà la squadra della Polizia guidata da Toni Montixi. E proprio la dottoressa Montixi sarà protagonista di questa vicenda che si rivela pagina dopo pagina.

Ciascun personaggio porta con sé il suo trauma infantile, quello che segna ciascuno di noi e con cui facciamo i conti per tutta la vita. E la svolta è proprio questa: la storia non è ciclica, ma è quella ferita sepolta, forse dimenticata, che cambia la percezione della realtà tanto da fare assumere al nostro «tempo interno» la forma della classica ruota del criceto.

Parafrasando Lacan, possiamo azzardare l’ipotesi che altro non siamo se non servi sciocchi di un «Grande Altro». Un po’ Emanuela Cocco mette in rilievo questo aspetto, rendendo «Come ama il buio» una storia senza una reale soluzione, ma metafora indelebile dell’eterno ritorno.

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