Emma Bonino: la distanza necessaria da alcune scelte

Emma Bonino: la distanza necessaria da alcune scelte

Articolo di Gianfrancesco Caputo. Una riflessione su ciò che non tutti possono condividere di Emma Bonino. La promotrice di importanti battaglie sui diritti civili è morta l’11 settembre 2026. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale

La figura politica di Emma Bonino è indissolubilmente legata, nella memoria collettiva, alle sue battaglie per i diritti civili. È soprattutto attraverso queste battaglie che verrà ricordata da gran parte dell’opinione pubblica e della storia politica italiana. Su alcune di esse la mia sensibilità politica è, e resterà, profondamente distante.

Ma la scomparsa di Emma Bonino impone anche un’altra riflessione, meno celebrativa e forse proprio per questo più rispettosa della sua storia politica, ricordare non significa soltanto riconoscere ciò che abbiamo condiviso, ma anche avere l’onestà di confrontarsi con ciò che non abbiamo mai potuto condividere.

Bonino è stata una donna politicamente coerente con le proprie convinzioni. E questo, al di là delle divergenze, è un elemento che merita rispetto. Da ministro degli Esteri ha inoltre rappresentato la Repubblica italiana, difendendone gli interessi e assumendo responsabilità istituzionali importanti.

Ma proprio perché la politica non è agiografia, credo sia necessario ricordare anche le sue idee sul lavoro, sul welfare, sulla previdenza e sulla sanità. Idee che appartenevano a una cultura liberista che, da socialista, non posso considerare la mia.

Emma Bonino, per esempio, sostenne l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e la cancellazione della reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo. La tesi era che quel sistema costituisse un vincolo alla libertà di impresa e alle nuove assunzioni. Il referendum del 2003 non raggiunse il quorum, con una netta prevalenza dei voti contrari tra coloro che si recarono alle urne. Negli anni successivi, però, quella impostazione sarebbe tornata al centro delle politiche del lavoro italiane, attraverso le riforme dei governi Monti e Renzi.

Lo stesso vale per la concezione della flessibilità. L’idea di rendere più liberi i contratti a termine e il part-time veniva presentata come una modernizzazione necessaria del mercato del lavoro. Ma c’è una domanda che un socialista deve porsi, quando la flessibilità smette di essere uno strumento e diventa precarietà?

Perché dietro la parola “flessibilità” ci sono persone, famiglie, giovani che non riescono a programmare il proprio futuro, lavoratori che vivono per anni nell’incertezza di un rinnovo contrattuale.
Anche sul sistema delle tutele contro gli infortuni sul lavoro la visione liberista di Bonino proponeva un maggiore spazio al mercato e alle assicurazioni private, mettendo in discussione il carattere pubblico e obbligatorio dell’assicurazione contro gli infortuni.

Da socialista, continuo a ritenere che la sicurezza sul lavoro non possa essere semplicemente una questione assicurativa. Quando un lavoratore muore in fabbrica, in un cantiere o su una strada, non siamo di fronte soltanto a un rischio economico da trasferire a un’assicurazione: siamo di fronte a una responsabilità sociale, collettiva e pubblica.

Lo stesso ragionamento vale per la sanità. L’idea di una maggiore libertà di scelta tra assicurazione pubblica e assicurazione privata appartiene a una concezione liberale della protezione sociale. Ma la mia idea di sanità è diversa, la salute non è una merce e il diritto alle cure non può dipendere dalla capacità individuale di acquistare una polizza.

È proprio guardando alla situazione attuale della sanità pubblica che questa discussione assume oggi un significato particolare. Liste d’attesa, carenza di personale, difficoltà di accesso alle cure e crescita della sanità privata ci ricordano quanto sia delicato il confine tra libertà di scelta e progressivo indebolimento dell’universalismo pubblico.

E poi c’è la previdenza. Lavorare più a lungo, andare in pensione più tardi, aumentare l’età pensionabile, anche questa era una componente della cultura liberista che Emma Bonino rappresentava.
Ma anche qui la prospettiva socialista parte da una domanda diversa, quanto deve lavorare un essere umano prima di poter finalmente disporre del proprio tempo?

Non credo che il progresso possa essere misurato soltanto dall’aumento dell’età lavorativa, dalla riduzione delle tutele o dall’espansione del mercato nelle aree tradizionalmente affidate alla solidarietà collettiva. È questa, in fondo, la distanza più profonda tra una cultura socialista e una cultura liberista. Per il liberismo, il mercato può essere spesso lo strumento attraverso il quale organizzare la società.

Per il socialismo democratico, invece, il mercato è uno strumento, non il fine. E quando il mercato entra nel lavoro, nella salute, nella previdenza e nella sicurezza sociale, deve incontrare il limite invalicabile della dignità della persona. Per questo non condivido l’idea di trasformare Emma Bonino in una figura politicamente indiscutibile solo perché alcune delle sue battaglie civili appartengono oggi alla memoria positiva del Paese.

La storia politica è più complessa. Si può riconoscere il coraggio di una persona senza condividere le sue idee. Si può rispettarne la coerenza senza trasformarla in consenso postumo. Si può riconoscere il valore delle sue battaglie civili e, nello stesso tempo, contestare radicalmente la sua visione economica e sociale.

Da socialista, dunque, preferisco ricordare Emma Bonino nella sua interezza, una protagonista della Repubblica, coerente con le proprie idee, capace di battaglie importanti, ma anche portatrice di una visione liberista del lavoro e dello Stato sociale che non è la mia. Perché la memoria politica non dovrebbe essere una liturgia. Ricordare significa anche discutere. E se quelle idee furono presentate come modernizzazione e flessibilità, il compito della sinistra dovrebbe essere ancora oggi quello di chiedersi se, dietro quelle parole, non si sia finito troppo spesso per chiedere ai lavoratori italiani di pagare il prezzo della modernità.

Per qualcuno era flessibilità. Per milioni di italiani, troppo spesso, è diventata precarietà. E la precarietà, per un socialista, non può mai essere considerata una conquista.

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