L’uomo che non doveva tornare di Giuseppe Genna

L’uomo che non doveva tornare di Giuseppe Genna

Articolo di Alessio Barettini. In copertina: “L’uomo che non doveva tornare” di Giuseppe Genna, Feltrinelli, 2026

È tornato in libreria Giuseppe Genna, nell’apatico spettacolo generale del mercato editoriale che lo vede distante, nascosto, invisibile, cosa di cui lui non sembra curarsi troppo.

Dopo alcune recenti pubblicazioni incentrate sull’attualità, (History, Reality. Cosa è successo, Yara. Il true Crime, rispettivamente per Mondadori, Rizzoli e Bompiani), l’autore milanese riesuma, riassembla, ricompone, ripropone la figura dell’ispettore Guido Lopez, le cui tracce erano andate perdute con l’ultimo romanzo della serie che lo aveva consacrato a figura essenziale nel panorama del noir, Le teste, l’ultimo thriller, uscito nel 2009. Genna, come Guido Lopez, risorge al presente con una storia noir, con “L’uomo che non doveva tornare”, questa volta per Feltrinelli.

Lopez è tornato, sì, con diversi problemi, una zoppia e una neurolesione causate dall’incidente che lo aveva messo fuori dai giochi alla fine dell’ultimo romanzo, oltreché con diversi anni in più, e la stessa solitudine, un disincanto che lo  mostra scettico, cinico, caustico, incapace ormai di sentire, al di là di un’ironia raffinata che resta il suo tratto più caratterizzante, del quale si fa portatore verso se stesso, verso i suoi colleghi della Questura, e specialmente verso la storia che lo vede protagonista, ed è qui che bisogna fermarsi per dire una cosa.

“L’uomo che non doveva tornare” non è un semplice noir, ma una grande allucinazione, o come direbbe forse lo stesso Genna, un’allucinazione reale, un’allucinazione, quindi reale, come tutte le allucinazioni. Grande nel senso herzoghiano, perché tutto è intensificato, e pare proprio che solo la neurolesione permetta a Lopez di andare avanti nel caso senza perdersi dietro strade secondarie come in effetti capita a quasi tutti i personaggi di questa storia, come se la deviazione sia il solo albero maestro della nave sbalestrata della contemporaneità.

Allucinazione, sì, perché Lopez si muove nel tempo presente, perlopiù alla fine del 2024, perlopiù a Milano e nei suoi dintorni, nelle strade labirintiche di una vicenda che si snoda fra ‘ndrine, russi, traffici di droga e molto, molto peggio, e tutto questo si insinua decisamente attraverso una voce narrante che guarda al presente storico come vero protagonista: i nomi di Trump, di Musk, di Putin, per esempio, compaiono spesso, perché tutto ruota intorno all’attuale situazione politica mondiale, ai mostri generati dal neoliberismo, alle infiltrazioni mafiose in politica, alle follie di una classe dirigente sempre più avulsa da ogni contesto. In questo senso Genna si riafferma come grande autore del presente.

Già negli ultimi romanzi aveva trattato direttamente, in contemporanea con le notizie quotidiane, si potrebbe dire, i casi di Breivik, delle IA, del Covid19, di Yara Gambirasio, con una consapevolezza storica precisa e ben integrata nelle trame e nelle sottotrame narrative. Emblematico è in questo senso il personaggio del sosia di Kirillov: Genna si rifà a uno degli attentati più recenti avvenuti in Russia nei confronti di una spia, da cui è possibile partire, come per qualunque altro punto o personaggio o situazione, per una disamina onesta e impietosa del tempo presente, e quindi futuro. La storia, o in senso più tradizionale la Storia, è la grande protagonista di questo noir suggestivo, presentata senza sconti, nei suoi meandri, nei suoi gangli indecifrabili e reali, nella sua potenza al di sotto della quale gli uomini seguono qualcosa senza mai sapere del tutto che cosa.

Mi riesce sempre inusuale considerare come mai sia così raro, ormai, trovare nel mondo letterario italiano, qualcuno capace di mettere le mani nel presente storico e farlo diventare materia letteraria in modo così cristallino, un atteggiamento che riesce particolarmente nelle pagine che legano le analisi dell’indagine in corso con uno dei periodi più bui della storia italiana, più bui e appunto ancora meno elaborati, il biennio ‘92-’93, il sovvertimento dell’ordine, il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, le stragi di Milano, di Firenze, Tangentopoli, gli omicidi di mafia.

C’è qualcosa di avulso dal panorama letterario nazionale così attento ad accarezzare i gusti del pubblico, qualcosa che i grandi narratori del Secondo Novecento attuavano in modo quasi automatico, invece, e che oggi sembra dover sempre passare attraverso anni di gestazione. Per questo “L’uomo che doveva tornare” funziona, perché appare come un libro che gioca con il presente e che non per questo toglie alla storia il suo valore di protagonista.

Un noir dinamico, scritto con una sintassi spezzata, frasi brevi, elenchi di nomi, parole che a fatica si fanno pensiero nella testa stanca di Lopez come anche nelle teste di tutti quelli che abitano abitualmente questo presente iperveloce e totalmente scevro di meccanismi che generano pensieri, tanto che i personaggi si palesano mano a mano, attraverso le loro azioni intrecciate e mai lineari, tanto che nel romanzo stesso si arriva a parlare di un passaggio da intelligenza artificiale a fantasia artificiale.

In conclusione, siamo davanti a un romanzo di genere atipico, che lascia più amarezze che riscosse, che genera più domande che risposte, un prodotto letterario di qualità che meriterebbe di essere considerato nella sua complessità allucinata e babelica, dove neppure le conclusioni sono possibili, dove la realtà è totalmente frammentata eppure straordinariamente continua.

 

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