Lo scrittore scomparso

“Lo scrittore scomparso” è un racconto di Giuseppe Rocco. In copertina una foto creata con l’intelligenza artificiale
Lo scrittore scomparso, come ogni scrittore scomparso, aveva lasciato in sospeso un suo romanzo, uno di quelli tra i più attesi della sua pluripremiata carriera. Peccato per il Nobel. Gli mancava solo quello, che probabilmente avrebbe vinto quest’anno, come si diceva da quindici anni a questa parte, se non fosse stato per la sua scomparsa. Giusto per chiarire, non è scomparso facendo puff, né è andato a vivere il resto della sua vita in una isola delle Hawaii accompagnato dalla sua terza moglie segreta, è morto. Morto nel senso che il suo cervello non funziona più. Gran peccato. Era un gran bel cervello quello. Grande artigiano di storie quel cervello.
Dopo questo spiacevole, ma assolutamente naturale, avvenimento, si applicava la legge universalmente falsa delle case editrici secondo la quale l’ultimo romanzo che un autore scriveva era sempre più bello del precedente; quindi quel manoscritto, incompiuto e maltrattato troppe poche volte, cioè non abbastanza rivisto, andava consegnato in qualsiasi caso alle stampe. Questa legge è falsa siccome il capolavoro dello scrittore scomparso era uscito venti anni fa, tutto il resto uscito dopo non era stato all’altezza di quelle trecento cinquantasei pagine di ardore, passione, virtuosismo tecnico, innovazione, comprensione profonda dell’animo umano.
Il romanzo che aveva lasciato incompiuto doveva essere per forza accompagnato da una ristampa di tutti gli altri libri dello scrittore scomparso, con tanto di aggiunta dei suoi racconti giovanili, delle sue poesie inedite e di un abbozzo di sceneggiatura, che una volta provò a mandare ad una di quelle serie tv infinite a cui lavoravano centotrentotto sceneggiatori, senza avere successo. La sua casa editrice dopo quel romanzo capolavoro inarrivabile era diventata la ABCD Literature, nome che indicava quanto i suoi libri fossero fondamentali, reparto Modern Classics. Il direttore del reparto stava già chiamando tutti i critici necessari per scrivere le frasi in quarta di copertina, nomi altisonanti provenienti dalle più eminenti testate giornalistiche della nazione.
A circa tre quarti di questi critici letterari, austeri professori dei media, il romanzo faceva schifo. Schifo è una parola grossa, insomma non era molto interessante, sicuramente non paragonabile ai precedenti capolavori inarrivabili. Però erano profumatamente pagati per mentire e dire che questo fosse il romanzo più bello dello scrittore scomparso, e quindi le recensioni erano tutte “Il canto del cigno della voce più grande della nostra generazione”, “Il testamento letterario di un vero e proprio genio”, “il ruggito finale del leone morente”, “L’ultima cena di un profeta dei nostri tempi”, “Questo romanzo è di una perfezione degna dell’uomo vitruviano” e altri commenti simili.
All’editore a capo del famoso e prestigioso reparto Modern Classics non piaceva neanche più lo scrittore scomparso. I suoi ultimi romanzi gli erano sembrati molto altezzosi, distaccati dalla realtà, narcisisti, autocompiacenti e altre cose che poteva dire solo alla moglie quando tornava frustrato a casa dopo aver corretto una di quelle odiate bozze. Proprio lui aveva il compito di leggere gli ultimi suoi appunti, aggiustare eventuali errori e scrivere un finale coeso con il resto della trama per guadagnare tantissimi soldi senza subire le critiche per aver pubblicato un romanzo sconclusionato, brutto e addirittura incompiuto.
Così il povero editore capo passò quel mese della sua vita a correggere e pensare un finale per quella melma che cercava di reggersi in piedi senza avere uno scheletro. Tra l’altro ai funerali dello scrittore scomparso- che stavano quasi per diventare di stato, se non fosse che alcuni parlamentari benpensanti evitarono questa follia, d’altronde neanche lo scorso presidente li aveva avuti- si presentò solo il direttore della casa editrice con la moglie, la figlia venticinquenne che avrebbe voluto fare di tutto pur di non essere lì a far finta di deprimersi, il figlio diciassettenne troppo stordito dalle canne che si era fumato poco prima e la figlia tredicenne spaventata per il suo primo funerale. Quelli che gli correggevano le bozze effettivamente non c’erano. Tutti questi suoi editori infatti pensavano fosse uno stronzo narcisista-solipsista (e, a dir la verità, un po’ puzzolente, secondo gli odori sentiti da chi gli stava vicino) che per un libro che gli aveva fruttato più dei soliti tre euro si credeva la reincarnazione moderna di Omero.
Il loro giudizio è anche leggermente offuscato dall’invidia. L’editore capo che lo aveva scoperto, predecessore dell’attuale povero editore capo, era un vecchio relitto che sentiva l’artrite finanche nei capelli, senza possibilità di fare un cammino che superasse la distanza che intercorreva tra la sua poltrona e il bagno. Si presentarono al funerale però gli scrittori della nuova avanguardia, che lo avevano criticato in venticinque saggi e recensioni nei vari giornali divisi quattro persone che li avevano scritti (trentuno se consideriamo anche i siti web). Loro pensavano che fosse la tradizione da abbattere e come fa ogni scrittore d’avanguardia nei confronti dei suoi predecessori letterari cercavano di stroncarlo in ogni occasione possibile. Sottolineavano in ogni saggio-articolo-sito web le sue inadeguatezze nei confronti della modernità, il suo rapporto ambiguo con la politica, considerato da uno di questi “paraculo”, e l’anzianità della sua prosa tanto lodata in giro per il mondo.
Come tutti gli scrittori che cercano di ammazzare il loro padre lo rispettavano profondamente e apprezzavano quel romanzo capolavoro che aveva scritto. Non lo ammisero fino a ventisei anni dalla scomparsa dello scrittore, quando ormai loro erano quelli lapidati dalla nuovissima avanguardia letteraria. Durante tutto il fermento dei funerali dello scrittore scomparso, ricordato da tutti sui telegiornali come la più buona persona mai scesa dal cielo in terra in questa nazione di persone brutte e ignoranti a suo confronto, il povero editore capo ancora correggeva, ricorreggeva, pensava e ripensava al finale da dare a questo ultimo e stupido romanzo che tanto nessuno mai si sarebbe ricordato tanto da non essere mai menzionato nemmeno nei libri di scuola che ci saranno fra duecento anni. Dovette anche intrufolarsi di nascosto nella casa dello scrittore scomparso mentre erano in corso i funerali, per rubare tutti gli appunti che trovava scritti sul romanzo. Non che li rubasse davvero, la vedova era troppo affranta (dodici anni più giovane dello scrittore scomparso, si risposerà dopo sette mesi con un uomo più giovane, sotto lo slogan del “nella vita bisogna voltare pagina”) per frugare nei suoi cassetti e consegnarli di persona al povero editore capo, ma abbastanza non-affranta per dargli le chiavi di casa e tutte le chiavi che pensava appartenessero ad armadi e armadietti dove ci sarebbero potuti essere gli appunti. Allora via a ricerche disperate, momenti in cui senza pensare gettava fogli nella cartella presa per raccoglierli.
Chiusa la sua ricerca, tornò in ufficio sbattendo la cartella contro la scrivania e lesse tutti quei fogli raccolti con la stessa perizia che ci mette un monaco tibetano per meditare. Alla fine scoprì di aver raccolto la sua assicurazione della macchina e i risultati delle ultime analisi del sangue e delle urine. Molti fogli erano scritti a mano, avevano una calligrafia che farebbe impallidire tutte le maestre delle scuole elementari al mondo: non si capiva niente. Quando chiamò un altro editore che scriveva male almeno quanto lui per decifrare l’arcano, neanche lui ci capì granché, e da quello che capiva era un diario molto personale, talmente personale da contenere raccapriccianti dettagli sullo stato fisico del suo pene. Questo l’editore poveraccio chiamato a tradurre lo tenne per sé. Almeno la sanità mentale del povero editore capo aveva evitato questa botta finale. Insomma negli appunti dello scrittore scomparso non c’era un bel niente sul finale. Questo confermava la sua tendenza accertata nelle interviste a non pianificare la trama prima di scrivere neanche per sbaglio. Alla fine il povero editore capo si arrese all’idea che doveva fare lui il lavoro sporco.
Tirò in ballo tutto il reparto editoriale anche di altre sezioni della casa editrice, ingaggiandoli in lunghe discussioni che iniziavano con l’intenzione di dare un finale a quel libro ma finivano con l’analizzare le ultime cinque partite di Champions League di ogni squadra inglese e francese. Nessuno voleva dare un finale al solito romanzo incompiuto dello scrittore scomparso. Il direttore della casa editrice si stava abbastanza spazientendo e giurò solennemente di pubblicarlo incompiuto se nelle due settimane successive non si sarebbe trovato un finale. Il pubblico, il grande pubblico, si sarebbe scordato dello scrittore scomparso molto presto, il bisogno di capitalizzare sulla sua scomparsa era “immediato, urgente, doveroso, dovuto” come disse il direttore a tutti gli editori capi di tutte le sezioni della casa editrice. Era diventato un problema di ogni membro dello staff, ogni mattoncino della piramide chiamata scala gerarchica. Venne chiesto anche agli stagisti, a cui però non piaceva molto lo scrittore scomparso, preferivano i membri della nuova avanguardia letteraria che lo criticavano.
“Dannati ragazzini, non hanno più gusto nella letteratura!” fu il titolo di un saggio scritto da uno scrittore sotto pseudonimo che uscì per un giornale nazionale proprio a questo proposito. Lo scrittore era un non ben identificato membro della casa editrice che approfittò di questa esclamazione di un vecchio editore quasi in pensione, a cui neanche piaceva lo scrittore scomparso, ma faceva finta di sì per interesse lavorativo. Questo pezzo gli fruttò numerosi elogi da parte di vari autori e giornalisti, gli aprì le porte della sua fruttuosa carriera da saggista di letteratura e rinomato autore di racconti. Quando riuscì a comporre il suo primo romanzo, vinse subito lo stesso premio prestigiosissimo che vinse il romanzo capolavoro dello scrittore scomparso al tempo del suo primo saggio. Anche lui finì la sua carriera con la scomparsa, accompagnata da un romanzo incompiuto ma con un finale già scritto negli appunti, si ricordò fortunatamente che questo era un passaggio importante.
Il tempo del povero editore capo era quasi esaurito. Gli venne un attacco di panico a lavoro causato dallo stress di un possibile licenziamento. Il direttore non aveva detto niente al riguardo, ma la sua paranoia lo portava inesorabilmente verso quella strada. Verso quel cimitero, il cimitero dei licenziati. Non l’ideale per un uomo appena quarantenne che doveva sostenere una moglie con due figli e con qualche ambizione da scrittore nascosta in un cassetto pieno di fogli dipinti da linee rosse.
Invece fu proprio grazie a questo attacco di panico che avvenne una svolta nella sua situazione. Gli venne in mente il finale della storia un giorno dopo quell’attacco di panico, per intero. Vedeva flash di parole, immagini, file sul computer e la copertina del romanzo finito. Anche un aumento non lo avrebbe certo reso triste. Per tre giorni studiò attentamente lo stile dello scrittore scomparso, “essenziale e perfetto” per alcuni critici che lo elogiavano sin dai suoi esordi letterari, “Sciatto e piatto” per chi sosteneva la corrente stilistica opposta. In realtà il povero editore capo scoprì che era uno stile molto complesso da imitare, perché totalmente casuale e senza nessun appiglio, scritto di getto come se a malapena correggesse le sue prime bozze. “Forse i geni sono così. Pensa io che sfigato che riscrivo ottocento volte!” si lamentava con un suo collega nelle sue frequenti pause caffè. A quei giorni di studio seguirono sei giorni di scrittura intensissima, undici ore al giorno, per chiudere quel romanzo.
Scrisse cinquantasette pagine che sarebbero diventate nel libro finale settantanove. Un totale di pagine assurdo considerato il tempo a sua disposizione. Nella sua testa giravano come una giostra di fotografie i pensieri della gloria che avrebbe ricevuto: lodi dal suo capo con tanto di stretta di mano, aumento di stipendio e la tanto agognata possibilità di poter pubblicare un suo libro (suo al cento percento) con la casa editrice ABCD, la più prestigiosa del paese e quella a cui aveva dedicato tutto il suo lavoro da editore. Trionfi nei premi letterari, interviste da parte di giornalisti vari e tutto il carosello della vittoria che ricordava un trionfo romano con tanto di corona d’alloro e schiavi barbari portati nei carri.
Insomma, era più che mai pronto alla grandezza. Tutta questa finzione altissima creatasi nella sua mente era pronta a (non) avvenire il giorno dodici dall’ultimatum del direttore, quando gli editori assegnati a correggere questa stesura di finale e romanzo, che dovettero aggiustare tante discrepanze stilistiche e parole scritte male per la fretta di finire, riconsegnarono il romanzo al povero editore capo. Lui si prese un giorno di pausa dopo averlo lasciato alla lettura del direttore, con tanto di passeggiata nel parco della città talmente lunga da diventare una maratona. Così è l’attesa di una cosa importante. Una tortura degna dei più perversi processi inquisitori. Il povero editore capo andò a dormire dopo aver raccontato alla povera moglie tutti gli avvenimenti degli ultimi giorni interamente, in un modo degno dell’Ulisse di Joyce. Ma senza la sua abilità narrativa. Un lungo flusso di coscienza che in realtà sembrava più un vomito persistente sotto forma di bla bla bla. La moglie quindi si limitò a dargli supporto emotivo con un po’ di sana empatia oltre che lasciarlo sfogare come una brava psicologa.
Il povero editore capo si era presentato in anticipo davanti alla porta del direttore. Aspettò a lungo prima di rendersi conto che lui non era ancora arrivato. Quindi tornò nel suo ufficio, fumò una sigaretta danneggiando irrimediabilmente l’odore del suo ufficio. Quando un collega sciagurato lo avvertì della discesa negli uffici del direttore rimase senza aria, quasi svendendo, e corse ad aprire la finestra inspiegabilmente chiusa.
Il povero editore capo si trovò davanti al direttore che gli fece i suoi complimenti e lo ringraziò con una mazzetta-tangente abbastanza cospicua. Quando tentò di biascicare qualche parola su un aumento e su una pubblicazione dei suoi scritti non ebbe successo. O almeno, un po’ di successo lo ebbe: il direttore sentendo qualche parola biascicata mise altri soldi nella busta. Si accontentò della mazzetta-tangente e della vaga promessa-non promessa di rimanere inamovibile nel suo ruolo fino alla pensione. Si accontentò perché alla fine la vita era questa, non pensava di essere degno di pubblicazione ed era contento di aver partecipato alla grandezza dello scrittore scomparso.
Dopo cinquantotto giorni da questo evento uscì il fantomatico romanzo. Spaccò la critica (quella seria, non i corruttibili che scrivevano recensioni positive prima della pubblicazione) con un misto di recensioni. Al pubblico in linea di massima piacque. Con qualche riserva, tutti potevano vedere il declino rispetto ai romanzi capolavoro precedenti, Però è anche vero che il finale sembrò essere l’unica parte dell’ultimo romanzo che tutti avevano recepito positivamente. Un saggista scrisse: “La conclusione è degna non del romanzo, ma della vita dello scrittore. Un ardore profetico guidava queste parole.”
Questa recensione venne incorniciata e messa in ufficio dal povero editore capo, con leggera soddisfazione amarognola. Alla fine, fu giudicato come ottimo libro da ombrellone. Cioè quei libri che si portano in spiaggia e si fanno rigorosamente finta di leggere per sembrare intellettuali davanti ad un pubblico.
Nello stesso periodo della pubblicazione, il fantasma silenzioso dello scrittore scomparso, rinchiuso proprio in quelle pagine, venne liberato. Liberato, è finito da qualche parte in cui è libero di non esistere, di perdere la sua voce e il suo ego nella massa di lettori che aveva accumulato, ben lontano da premi nazionali, romanzi capolavoro, direttori, critica, scrittori avanguardisti, solipsismo e narcisismo, mogli, saggisti e ben lontano dal povero editore capo.
