Il mare non bagna Napoli: Ortese oltre la visibile sofferenza

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese, Adelphi, edizione del 1994
Sì, ciò che è contenuto in questi racconti è davvero accaduto. L’autrice ha visto, sentito, toccato, odorato e gustato. A tutto, però, Ortese ha aggiunto – lo dice stesso lei – la “metafisica”, ossia qualcosa che va al di là del mondo materiale e che prima alimenta, poi trasforma la disperazione in sostanza teatrale e allucinata. Ogni forma si risolve in una parola: Napoli.
Per noi del Mezzogiorno non è difficile comprendere cosa sia quell’indolenza che ci dona un’aria trasognata, capace di rendere la sofferenza un luogo in cui si mette alla prova l’ingegno. Ma ciò che appare chiaro è che questa forza non è vitalismo, o peggio ancora stoica spensieratezza, bensì resa a quello stato di natura che annichilisce ogni spinta emancipatrice o di uso della ragione.
Ecco, l’autrice riesce perfettamente a delineare tali aspetti. Ci mostra tutto questo quando descrive le folle che animano Forcella e il vecchio edificio dei Granili. Lo vediamo quando ci racconta del “misticismo isterico” che donne e uomini senza speranza tirano fuori nel momento in cui la realtà ha emesso un insindacabile verdetto di penuria, impotenza e insofferenza.
“Il mare non bagna Napoli” è l’allucinazione post bellica di Ortese. Questo libro uscì nel 1953, creando non pochi chiacchiericci. Addirittura, il racconto “Il silenzio della ragione” costò a lei lo strappo con l’ambiente culturale napoletano. Infatti, con piglio coraggioso, facendo nomi e cognomi, la scrittrice tirò giù un breve memoir sull’ambiente culturale cittadino, mettendo a nudo ipocrisie e sotterfugi. Come non rimanere a bocca aperta davanti alla figura di Domenico Rea e al modo in cui tratta la moglie. Sono immagini che oggi scatenerebbero crociate inenarrabili da parte delle femministe.
Resta il fatto che il fine di Ortese non era certamente quello di creare un pettegolezzo, ma di mostrare le contraddizioni di una élite che si poneva come avanguardista e marxista, vicina al popolo, ma pur sempre mossa da un’ambizione spicciola, personale, derivante da quello “stato di natura” che soffoca ogni emancipazione collettiva. Anche il vitalismo di Rea è, per Ortese, una forma di quella forza insensata e confusionaria che alberga nelle masse contadine del Sud. Qualcosa che serve per contrastare quell’azione castigatrice, opprimente, promossa da un Dio che manda la disgrazia solo per farsi adorare. Sotto accusa non finisce mai il potere, anzi il potente viene quasi sempre giustificato.
“Il mare non bagna Napoli” è quindi un trattato sociologico, ma anche un dettagliato quadro della città partenope subito dopo la Seconda guerra mondiale. La forza di Anna Maria Ortese è tutta nella sua capacità di mostrare le cose senza apporre giudizi. Diventiamo spettatori che, scena dopo scena, ci porremo domande chiare sul senso della vita e sul significato della sofferenza. I personaggi che incontreremo sono forme più o meno tipiche del nostro Mezzogiorno. Ma ripeto, non parliamo di stereotipi, ma di figure che ancora oggi sono tra noi e i cui fantasmi ci camminano a fianco.
Leggere oggi “Il mare non bagna Napoli” ci serve proprio per questo motivo: per appurare che quell’elemento metafisico, che forse fu difficile da spiegare pure per l’autrice, è ancora qui con noi. Penso che l’unico che seppe davvero delinearlo con precisione fu il filosofo napoletano Aldo Masullo con il suo “Arcisenso“. Detto così, possiamo dire che Napoli è lo spirito del Sud, la manifestazione più vera dell’irrazionale sentire umano.
Ma sia ben chiaro, leggere questo libro di Ortese vuol dire anche immergersi in uno stile pieno e compatto, che non lascia sfuggire nulla. Vivono tra queste pagine delle immagini immortali, così vivide e naturali da fare impallidire. Qualcosa che non è solo tecnica, ma soprattutto è sentimento unito a una pietas fuori dal comune. Insomma, leggete questo libro e fatene tesoro.
