Il futuro della specie: recensione al romanzo di Luca Quarin

Articolo di Alessio Barettini. In copertina: “Il futuro della specie” di Luca Quarin, Miraggi edizioni, 2026
Il futuro della specie di Luca Quarin, uscito per Miraggi, sin dal titolo si propone di affrontare un tema legato a doppia mandata con i principali punti critici della nostra società: riscaldamento globale, intelligenza artificiale, antropocene. Tutto questo c’è, ma non si tratta di un saggio, bensì di un romanzo inchiesta, con marcati tratti noir.
Luca Quarin, che è anche il nome del personaggio, è un giornalista precario che si propone di indagare sulla scomparsa della famiglia Mancini, papà, mamma e figlio non hanno lasciato tracce, informazioni, non rispondono alle telefonate, e da subito la polizia indaga partendo dal lavoro dell’uomo, informatico in un’azienda che tratta di dati sensibili, il cui uso lascerebbe presupporre a qualcosa di nascosto, di torbido.
Il fatto però, che rende questa storia non solo intrigante, non solo utile a riflettere sulla consapevolezza umana dei processi mondiali che ci stanno minacciando, ma ben congegnata su canali narrativi canonici e non, è proprio la questione dei temi trattati. Infatti non ci sono solamente quei tipici stilemi che ci vengono propinati ogni giorno non di rado con l’obiettivo di farci prendere sottogamba le questioni più importanti.
Quarin costruisce la sua inchiesta, attraverso il protagonista Quarin, lasciando entrare di tutto: il curling, le mimose, la pietra e le scienze della vita, ma anche i rapporti con un padre scomodo, quelli con un figlio piccolo con cui tenere le relazioni non è semplice essendo un uomo separato, più in generale quelli con le donne, circostanziate e verosimili.
Del resto la complessità della nostra contemporaneità non dovrebbe permetterci di guardare a questi temi senza porli in relazione con altro, ed è questa la vera intelligenza del romanzo, che, una volta chiuso e guardato con distanza, assomiglia a una di quelle lavagne delle stazioni di polizia dei film dove i fili di lana collegano eventi, personaggi e luoghi in modo solo apparentemente casuale.
In questo modo Quarin, l’autore, dà voce a un personaggio che si presenta incerto, titubante, e proprio per questo più adatto a cogliere suggestioni che sfuggono il senso comune, e a una storia che vira piacevolmente e non di rado improvvisamente fra colpi di scena e momenti di vuoto, insomma in un modello di ricerca e di indagine che assomiglia molto alla realtà.
E non importa se non si capisce bene quale pista sia quella più giusta da seguire, perché quello che conta veramente è che Quarin, il giornalista, si rende conto di voler costruire la sua inchiesta sulla scomparsa della famiglia Mancini come una grande metafora della possibile scomparsa della specie umana.
In questo senso l’autore si prodiga a divulgare una serie di informazioni statistiche ed episodiche che ben sostengono le intenzioni del protagonista. Quella più rappresentativa, che esce dalla bocca di Maria, la donna più diafana che si possa immaginare, ci ricorda che gli animali sulla Terra sono lo 0,3 per cento di tutte le forme di vita, e che di questo 0,3 una percentuale ugualmente piccola riguarda la presenza umana.
Come a ricordarci che anche parlare od occuparci di problemi universali non dovrebbe essere un vanto, ma un lavoro onesto, silenzioso, coeso, fatto di piccoli gesti e di grandi dubbi.
