Davide Sisto: intervista a un «tanatologo»

Articolo e intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Davide Sisto
Ho conosciuto Davide Sisto attraverso il suo saggio «Vivere per sempre», grazie al quale ho potuto apprendere come il concetto di morte si sia evoluto nella nostra cara e isterica società contemporanea. Poi ho iniziato a seguire la sua pagina Facebook e ho scoperto che è anche un metallaro. Ma al di là delle note di colore, Davide Sisto parla di qualcosa che appartiene a tutti noi, nonché delle diavolerie che hanno reso il nostro naturale tramonto uno spettacolo social, con tanto di «profili Facebook e Instagram» eterni. Ecco la mia intervista.
Davide Sisto, professione «tanatologo». Detta così ti potrebbero scambiare per un negromante, invece?
R: Se conti che sono vestito total black, aggiungiamo uno stereotipo in più. A parte gli scherzi, un tanatologo è un professionista che si è formato soprattutto nel campo delle discipline umanistiche (filosofia, sociologia, antropologia, psicologia, ecc.) e che cerca di riportare il discorso della morte all’interno della società, dopo anni e anni di rimozione sociale e culturale della morte. Vengono svolti percorsi di Death Education nelle scuole e negli ospedali e si affrontano i temi bioetici nel campo delle cure palliative. Il mio caso specifico è un po’ particolare perché mi occupo soprattutto di Digital Death, quindi di come le tecnologie digitali stanno cambiando il nostro rapporto con la memoria, il lutto e l’immortalità.
Incontri le persone e parli di morte. Che effetto si crea?
R: Dipende da chi sono i soggetti. A volte vengono svolte attività formative con persone che hanno patito lutti molto dolorosi. Altre volte si parla con soggetti che lavorano nel campo della medicina e della psicologia. A volte ancora con studenti liceali e universitari. In realtà, c’è un enorme desiderio di parlarne liberamente. In realtà, non si parla di morte, perché chi ne fa esperienza non può poi più raccontarla a chi ancora non l’ha fatta. Si parla semmai di perdita, di mortalità, in generale del senso della morte nella vita. Di solito, soprattutto dopo i Death Cafè, cioè momenti pubblici in cui in un contesto conviviale si discute insieme di morte, si generano riflessioni colme di emozioni riguardo alle perdite patite e al proprio modo di intendere o sperare una vita dopo la morte.
Salvi qualcosa di questa deriva tecnologica che ha creato un ponte tra vivi e morti?
R: Ho una visione tutt’altro che apocalittica delle tecnologie in rapporto con il tema della morte. Per esempio, i social network hanno permesso a tantissime persone di fare gruppo attorno a lutti molto dolorosi, riuscendo a parlare insieme riguardo ai sentimenti provati, cosa che non si riesce più a fare offline. In altre parole, i social media sono diventati dei surrogati di quelle comunità che un tempo permettevano alle persone di fare gruppo in presenza di un lutto. C’è un termine inglese, online mourning, che definisce l’insieme delle pratiche svolte sui vari social media in presenza di un lutto. Inoltre, il fatto che rimangano i profili social dei morti permette di avere delle testimonianze, a partire da cui riflettere sul ruolo della morte nella vita. Ci sono inoltre svariate pratiche, come quella che concerne la fotografia dei morti, che si ricollegano ad ataviche pratiche precedenti al Novecento. In generale, credo che se usate con raziocinio, le tecnologie odierne rappresentano un ottimo punto di partenza per riflettere sul tema della morte.
Nel tuo libro parli di cimiteri interattivi, di lapidi dotate di Qr Code e altri marchingegni. Tutto ciò ha innescato una speculazione del dolore?
R: Non più di tanto. Credo che queste novità indichino semplicemente una trasformazione in corso dei riti funebri. C’è un’estensione tecnologica di pratiche che si sono sempre svolte. Il fatto di condividere la maggior parte della nostra vita sui social spinge poi a chiederci come conservare questo materiale biografico, che tipo di uso farne in materia di ritualità funebri. Dunque, il Qr Code sulla tomba è semplicemente un’estensione della casa dei morti dal cimitero a tutti quei luoghi online che ogni giorno abitiamo, trasformandoli in una via di mezzo tra autobiografie ed enciclopedie delle nostre attività quotidiane. Ecco perché non ritengo si possa parlare di speculazione del dolore. Semplicemente, ci si adegua ai cambiamenti dei tempi.
Siamo la società del «think positive», della pornografia e della ricerca della felicità. Nulla però ci soddisfa. Non sono già questi dei motivi per ritornare a una rieducazione sul concetto di morte?
R: Certamente, credo che la Death Education, che è un’educazione alla mortalità o al limite della vita, sia fondamentale per ridimensionare un eccesso di protagonismo o di onnipotenza che spesso contraddistingue le persone più pericolose per il benessere della vita pubblica. Io dico sempre che le persone fissate con l’esercizio del potere temono più di ogni altra cosa la morte, perché l’unico evento su cui non possono avere alcun tipo di controllo. L’educazione alla propria mortalità è un modo di ridimensionare le proprie mire napoleoniche ed è anche un modo per cercare di porre meno attenzione per le attività o le cose più superflue del nostro quotidiano. Credo, inoltre, che una sana educazione alla mortalità possa anche essere utile per ridimensionare quella performatività che è diventata l’incubo dell’epoca contemporanea.
C’è chi la morte vuole proprio abolirla, parlo dei transumanisti. Vedi in tutto ciò una follia o un ennesimo pericolo per tutti?
R: Come dicevo prima, questo tipo di speranza coinvolge di solito le persone che hanno un’eccessiva considerazione di sé e che pensano di poter esercitare potere su ogni cosa. Ovviamente, è ridicola la posizione dei transumanisti. La ritengo addirittura pericolosa perché cerca di eliminare un evento che è normale temere ma che, generalmente, dà senso alla vita sulla Terra. Se smettessimo di morire, molto probabilmente la vita sulla Terra avrebbe le ore contate, perché non ci sarebbero le risorse necessarie per una popolazione umana infinita. Ma le posizioni dei transumanisti sono, di fatto, antiscientifiche e prive di qualsiasi razionale fondamento. Ovviamente, il discorso è diverso per chi si limita a cercare di migliorare le nostre condizioni di vita mediante i progressi della scienza e della medicina. Ma la morte resta profondamente legata alla vita stessa.
Ringraziamo Davide Sisto per la preziosa collaborazione.
