Fuga senza fine: Joseph Roth è uno di noi

Fuga senza fine: Joseph Roth è uno di noi

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Fuga senza fine” di Joseph Roth, edizione Adelphi

Non bisogna andare troppo indietro nel tempo per scoprire che ogni epoca ha la sua crisi, a cui si legherà poi una catastrofe. Io mi sono trovato quasi per caso a leggere “Fuga senza fine” di Joseph Roth e, dopotutto, mi è sembrato che il suo personaggio parlasse come noi, che fosse spaesato come la maggior parte di noi e che non riuscisse a capire esattamente da che parte stare.

Mi spiego. Il romanzo fu pubblicato nel 1927 e racconta di un ufficiale, poi reduce della Prima Guerra mondiale, nel mezzo del dissolvimento dell’impero austro-ungarico. Ha fatto esperienza del nascente comunismo russo e poi, in qualche modo, riesce a scappare dalla Siberia e a tornare nella sua Vienna. Nota subito che tutto è cambiato, che il mondo non tornerà più come un tempo, che tra tutta la confusione ideologica, sentimentale e quotidiana che ciascuno assorbe, prima o poi, spunterà un uomo che prometterà di ristabilire pace, ordine e sicurezza.

Fatto sta che Tunda, questo il nome del nostro “eroe”, corre via da tutto. È preso da un’angoscia senza tregua. Non riesce a rintracciare più le sue idee, la sua vita. Da mite diventa violento, da temperato si fa frustrato. È nella sua “fuga senza fine” che assomiglia a un richiamo della foresta, perché lo spoglia di ogni certezza e d’ogni ragionevolezza. Cerca casa, la sua dimora antica, non quella ristrutturata e figlia di un violento cambiamento imposto dalla Storia. Non fa niente per adattarsi.

Ora, Tunda è una bella messinscena di Roth. Lo scrittore infatti fa ricadere su un personaggio di fantasia, di cui si vorrebbe anche creare un profilo vero, quelle che sono le sue preoccupazioni. Qualcuno potrebbe definire questo romanzo una autofiction, ma questo lo potremmo dire anche di tutta la produzione letteraria di Céline, invece è una lucida analisi sociologica. Ecco perché il Novecento non muore mai: qui si narra per tutti e non solo per sé stessi. L’autore si nasconde. Non vuole parlare del suo punto di vista, questo ognuno potrebbe farlo in uno dei suoi diari segreti, ma vuole dialogare con il lettore, con il mondo intero.

Pertanto, leggendo questo romanzo, tanti di noi scopriranno la loro “fuga senza fine” che si traduce in amori sconclusionati, in scelte sbagliate, in battaglie qualunquiste, in movimenti che il potere crea per confondere, in Ragioni di Stato che vanno al di là della Realpolitik. Tranquilli, qui non troverete l’ennesima nostalgica visione di una “zecca rossa”, ma solo un romantico senso di decadimento che ci sta accompagnando e che spesso ci porta tra le braccia dell’estremismo.

“Estremismo sta a infantilismo, come fuga sta a paura inconscia del cambiamento”, potrei riassumere così questo romanzo così adatto ai nostri tempi. Niente ci soddisfa davvero, ma potremmo meditare su quest’opera che ci invita a una “nuova oggettività”. Ecco, la nostra “fuga senza fine” potrebbe essere proprio tra queste pagine. Sempre se lo ritenete opportuno.

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