Caso Garlasco: scrittura e memoria fanno la cronaca, non la realtà

Un articolo di Giusi Sciortino sul “caso Garlasco”, che ha riportato alla ribalta l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007, trasformandolo ormai in una “ossessione collettiva”
C’è una tensione che attraversa tutto ciò che si scrive, una corda tesa tra due poli: il reale e l’immaginario. Nel caso Garlasco si parla molto di scrittura. Il “caso” non è solo fatto di cronaca, ma irruzione dello straordinario che buca la superficie del quotidiano.
La scrittura viene analizzata, presa come prova, ma si sa: il ricordo fissa su carta anche e soprattutto ciò che non si lascia ordinare, quel disordine che eccede la narrazione e ne fa una storia incoerente, seppur avvincente. L’atto dello scrivere interviene come gesto ambiguo, tentando di dare forma all’inespresso, ma nello stesso tempo lo tradisce, perché ogni forma scritta è inevitabilmente riduzione.
Garlasco – come ogni caso diventato ossessione collettiva – non è più soltanto un fatto di cronaca, ma una macchina narrativa che ingloba tutto: indizi, silenzi, diari, omissioni, ipotesi, stralci di reale e virtuale, immagini, persino sogni avvocateschi. In questo frullatore la realtà si frantuma.
È lecito dunque chiedersi: scrivere è controllare il reale oppure perderlo? Entrambe le cose, mi viene da rispondere. Il diario conservato è la forma del trattenere: fissare, archiviare, rendere stabile ciò che altrimenti scivolerebbe via. La confessione, invece – anche quando non esplicita – appartiene all’atto del rilascio.
Tra questi due estremi si apre lo spazio del dubbio, la forma mutevole dell’indizio. L’indizio non è mai neutro: è un frammento che chiede di essere tradotto in racconto, e ogni racconto deforma, semplifica, talvolta amplifica, forza, sottovaluta, ignora. La scrittura non registra soltanto: modifica.
E chi legge si trova a dover stabilire cosa sia vero, ossia osservare come il vero si deformi quando viene trascritto, discusso, reiterato: un’impresa quasi impossibile. Col tempo, ciò che viene registrato smette di essere puro evento e diventa interpretazione in lotta con altre interpretazioni.
Nel caso mediatico, i frammenti sedimentano e cessano di essere cronaca, diventando una struttura mentale collettiva: un luogo in cui si proiettano il bisogno di ordine, l’ossessione per il senso, la paura del vuoto.
Il vuoto è parte del reale, ma lo si dimentica continuamente, come si perdono pezzi di memoria ogni giorno. Forse allora il vero contrasto che la scrittura restituisce non è tra verità e menzogna, ma tra ciò che resta trattenuto e ciò che viene rilasciato e rielaborato.
La scrittura libera un segreto, ma nel liberarlo lo deforma, lo tradisce e lo consuma insieme. In questo movimento continuo tra trattenere e rilasciare, la realtà non è più un punto fermo, ma un’oscillazione: un movimento che non è più corpo, ma racconto. Cronaca nera, talvolta.
