Canne al vento di Grazia Deledda

Canne al vento di Grazia Deledda

Recensione di Antonio Maria Porretti. In copertina: “Canne al vento” di Grazia Deledda

C’è come un manto di lirismo gotico ad avvolgere le pagine di “Canne al vento”. Pubblicato per la prima volta a puntate su “L’illustrazione Italiana”, nel 1913, venne poi riproposto quello stesso anno in un unico volume dall’editore Treves di Milano.

L’impianto è tipicamente verista: c’è una piccola comunità che vive asserragliata a Galte (nella realtà Galtellì), come all’interno di un forziere di solitudine, orgoglio e decadenza. Ossequiosa di un tempo arcaico e delle sue leggende, ma ineluttabilmente costretta a subire gli assalti e i contraccolpi di un nuovo mondo che avanza. Inesorabile nello sbaragliare e farsi beffa di tradizioni secolari, abbagliando con i suoi miraggi di successo e benessere; corrompendo ingenue speranze di prosperità.

Il conflitto non potrebbe essere più esasperato. Da una parte le sorelle Pintor, vestali di un mondo feudale dove ardono solo i falò della rovina. Fantasmi di una fastosità annientata dalle durezze della vita. Dall’altra parte i convertiti al nuovo credo economico e sociale come Don Predu, cugino delle tre nubili sorelle, abile equilibrista e giocoliere nel giostrarsi tra lecito e illecito, e il Milese, lo straniero giunto dal mare che dietro il paravento della sua taverna opera commerci di ogni tipo.

A far da messaggeri delle due opposte fazioni, Efix, protagonista del romanzo, e il giovane Giacinto. Entrambi legati a doppio filo alle dame di casa Pintor. Efix il servo, vincolato da un giuramento di fedeltà e obbedienza alle sue padrone di cui si riveste e ciba ogni giorno. A custodia di quel “poderetto” ultimo avamposto di fierezza del casato. Lui più di qualunque altro rassegnata canna al vento che avvizzisce in silenzio. Fino a quando l’espiazione per il suo passato e involontario delitto non sarà del tutto compiuta.

Pellegrino la cui meta è un santuario dove pregare chino sotto gli altari dello stoicismo e della rassegnazione. A minacciare la sua opera di preservazione del suo “piccolo mondo antico”, Giacinto, figlio della quarta sorella Pintor, quella Lia fuggita in continente per sottrarsi all’oppressione del regime paterno. È lui il perturbatore che reca un bagaglio di caos emotivi. Lui, l’artefice di uno sperpero che tuttavia traghetterà la vita delle sue zie verso il nuovo mondo. Come un Caronte che dall’ oltretomba conduce le anime che gli sono state affidate verso una nuova vita. Tutta da apprendere come fusti di canne che spuntano dalla terra di una nuova era.

Non so quanto spazio, quanta attenzione, gli attuali programmi scolastici riservino a Grazia Deledda. A tutt’ oggi unica scrittrice italiana insignita del Nobel per la letteratura. Credo che valga sempre la pena ricordarlo.

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