Giurato Numero Due: lo scontro tra verità e giustizia

Giurato Numero Due: lo scontro tra verità e giustizia

Articolo di Antonio Maria Porretti. In copertina una foto tratta dal film “Giurato Numero Due”

Quale rinuncia siamo disposti a compiere, sacrificando qualcosa del nostro personale e legittimo benessere a favore di uno collettivo? A vantaggio di un ordine sociale dove verità e giustizia siano un binomio inseparabile? Come nel caso di un processo per omicidio? Come quando si tratta di stabilire l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato di turno?

E in tempi di sfrenato individualismo, dove gogne mediatiche premiano chi più aggredisce e la ragione sta sempre dalla parte di chi più alza la voce, in che modo e con quale atteggiamento ci poniamo di fronte a parole come “Etica”?

Giunto alla sua quarantaduesima regia, senza che i suoi novantaquattro anni abbiano intaccato la sua voglia di fare cinema, Clint Eastwood prova a realizzare una sorta di apologo sull’argomento, lanciandolo come un sasso su noi spettatori, e prima ancora su quell’America trumpiana sempre più imparruccata da Roi-Soleil pel di carota.

“Giurato Numero Due” ( Juror #2) si ispira con ogni evidenza a un caposaldo del “legal drama”, a quel “La parola ai giurati” di Sidney Lumet del 1957, scompigliando però le regole del gioco. Nessuna linea di confine tra bene e male; nessuna concessione a confortevoli manicheismi un po’ tipici del genere. Nessun conflitto esterno. Tutto un à huis clos nella coscienza del protagonista.

Justin Kemp pare in possesso di ogni requisito per corrispondere all’ideale dell’americano medio, quello che si vorrebbe tanto come vicino di casa, o amico di grigliate in giardino: occhi azzurri, fisico atletico quanto basta, pienamente soddisfatto del suo lavoro di giornalista per una piccola testata di provincia  siamo a Savannah in Georgia).

Così innamorato e premuroso verso sua moglie Amy che sta per dare alla luce il loro primo bambino. Il loro rapporto sembra un idillio, simile a quella cameretta che dipinto e decorato personalmente in attesa del lieto evento.

È indubbiamente un uomo fortunato, ha avuto una seconda chance resettando un periodo torbido della sua vita: un passato da alcolista culminato in un gravissimo incidente stradale con cui ha rischiato di perdere Amy. A causa del quale ha perso i gemelli che lei portava in grembo. Ma ha imparato la lezione, non ricadrà più negli errori del passato, per nessuna ragione al mondo. Vuole solo essere un buon padre e un bravo marito. Essere selezionato come membro di giuria per un femminicidio, potrebbe rappresentare la migliore conferma di un totale riscatto.

Justin Kemp avrebbe molto da guadagnare se si pronunciasse a favore della condanna di James Sythe incolpato dell’omicidio di Cora, la sua ragazza, con cui ha sempre avuto un rapporto burrascoso, costellato da liti e botte senza risparmio, così come da repentine e appassionate riconciliazioni. Un bad boy fatto e finito, della miglior specie. Ma come Justin, anche altre persone coinvolte nel processo trarrebbero benefici di svariata entità e peso da un simile verdetto.

Faith Killbrew, per esempio, avvocato d’accusa, così attiva nella battaglia contro la violenza sulle donne, otterrebbe la nomina a Procuratore Distrettuale vincendo questa causa. Accertare la verità dei fatti per come si sono svolti oltre ogni ragionevole dubbio, garantirebbe di per sé che venga fatta giustizia?

Il caso sembrerebbe dei più lineari, di quelli da risolvere e archiviare dopo non più di un paio di ore da parte della giuria, una volta terminate le arringhe finali. Così non è. Sin dalle prime fasi del dibattimento, Justin si convince ed è certo dell’innocenza dell’accusato. Non è stato lui ad aver volontariamente investito Cora, in preda alla rabbia scaturita fra i due dentro una locale. Non è stato lui ad averne buttato il corpo sotto un ponte lungo la strada che la ragazza stava percorrendo a piedi sotto una pioggia scrosciante.

Quella sera anche lui, Justin, si trovava in quel locale, a un passo dal cedere alla tentazione di farsi un bicchierino dopo quattro mesi di astinenza. Anche lui ha attraversato quella stessa strada e quello stesso ponte al momento dell’omicidio. Con la vista annebbiata. In compagnia del senso di colpa per il suo passato. E con la convinzione, fino a quel momento, di aver investito un cervo sbucatogli all’improvviso su quel maledetto tratto di strada. Non si trattava di un cervo, ma di una donna: Cora, la compagna di James Sythe accusato della sua morte. In pochi attimi, la benda che lo avvolgeva nelle sue piccole sicurezze guadagnate con tanto impegno e sacrificio, lo lascia dinanzi agli occhi della sua coscienza. Nudo di fronte al buio che lo attende, almeno per tutta la durata del processo. Un omicidio involontario il suo, ma non per questo meno perseguibile, con la prospettiva di trascorrere i prossimi trent’anni della sua vita in prigione.

“Tu sai quello che devi fare, Justin, tu sai cosa è più giusto per te e fare la tua scelta.”

Sono queste le parole che gli rivolge il suo amico avvocato, nonché tutor del gruppo di sostegno per alcolisti che ancora frequenta. Uomo dalla disponibilità all’apparenza illimitata, in realtà sufficientemente cinico per congedarsi da lui con una rapida stretta di mano. Che ognuno vada per la propria strada. E Justin andrà per la sua, farà la sua scelta, in una storia però dal finale aperto. Una bolla di sospensione che dà la possibilità di immaginare un altro finale.

Come se ogni spettatore si ritrovasse a essere quella statua bendata dinanzi al tribunale, che regge una bilancia di ferro oscillante a ogni soffio di vento. Un leitmotiv che Eastwood inserisce nei punti cardine di una narrazione che procede limpida e solida nella sua circolarità. Uno stile di racconto di stampo classico, degno di uno degli ultimi grandi leoni del cinema nord americano. Esaltato da un cast oltremodo compatto per resa e tenuta, su cui svettano a mio avviso Nicholas Hoult come Justin Kemp, Tony Collette come Faith Killbrew, e J. K. Simmons nei panni di Harold, uno dei membri della giuria.

“Giurato Numero Due” è uscito nelle sale a metà novembre del 2024, pertanto è di sicuro già disponibile su qualche piattaforma per chi avesse voglia di vederlo. Io ho avuto la fortuna di recuperarlo nell’ ambito di una rassegna estiva e dopo più di un anno che non andavo più a cinema, non avrei potuto desiderare una rentrée migliore.

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