Aurelio Picca: un’intervista sulla sua opera

Pubblichiamo un’intervista di Nicola Argenti allo scrittore Aurelio Picca. Questo contributo è realizzato in collaborazione con il Centro Connessioni
1) Nei tuoi romanzi spesso parli della Fine della Giovinezza. Nella tua visione, nella tua poetica, la intendi come un deprimente “cambio generazionale” di giovani uomini e donne – in una Roma più spietata della Roma di una volta, priva ormai di quel romanticismo triste, non più malinconica, ma ormai solo rancorosa e senza scrupoli – o è piuttosto una metafora del mondo che non è più lo stesso, in piena deriva dei sentimenti.
Si tratta di un bluff. La fine della giovinezza è un vero e proprio bluff.
E poi, cos’è davvero la giovinezza? Non ce n’è una sola. Esiste quella della mente, quella del cuore, quella del corpo. Ci sono, in effetti, molte giovinezze: la pre-giovinezza, che sarebbe quella dell’infanzia; poi c’è quella adolescenziale, irrequieta e selvaggia; infine la più combattuta, quella con più sfumature, quella che si avvicina alla maturità, fino a fondersi e confondersi con essa. Ma la giovinezza non è una fase: è uno stato d’animo, un modo di percepire il mondo e di starci dentro.
Quando poi mi parlano di “cambio generazionale”, mi viene da dire: non me ne frega nulla. È un concetto che aborro, sinceramente.
Io non mi riconosco in quella logica. Mi ritengo uno scrittore anti-moderno. Per me la scrittura è attuale, è rilancio di una primitività e raffinatezza ormai perdute, esattamente come negli animali: c’è qualcosa di più autentico, primordiale e insieme elegante di loro? Considera anche l’istinto, come fattore rivelatorio: nell’animale questo non si assopisce mai, è sempre allo stato originario, è sempre giovane. Può appannarsi con il passare del tempo, con l’inevitabile invecchiamento del corpo, ma è sempre lì, pronto e in agguato. È il segno vitale della natura.
La giovinezza è la capacità di cogliere i punti vitali e vivere esattamente lì, nei luoghi dove pulsa la vita.
La giovinezza non finisce mai, se scegli di rilanciarla, anche quando non la vedi più nello specchio.
Io sono uno scrittore a-generazionale e con la scrittura attraverso tutte le età, le mie e quelle di chi mi ha letto e mi legge. Vivo una giovinezza circolare, che mai si assopisce, che rinasce sempre, è rilancio di primitività e raffinatezza, e credo di riuscire a trasmetterla anche agli altri, come un dolce e malinconico malessere.
2) I tuoi personaggi sembrano spesso abbandonati a loro stessi, ovvero devono provvedere da soli alla sopravvivenza, ingannati dalla vita e al tempo stesso attaccati alla mammella di quest’ultima, che poi potremmo sempre modellare sulla forma Di Roma.
Nel tuo Arsenale di Roma distrutta parli delle femmine di Roma, dalle origini belliniane e sabine, ricordando che nessun Dio le ha mai guardate in faccia. Si potrebbe dire la stessa cosa, un po’ di tutti i tuoi personaggi, ovvero che non hanno mai avuto i favori di Dio?
I miei personaggi sembrano abbandonati da Dio, che con loro non è mai caritatevole, mai ecumenico. Non è un Padre accudente, tenero. Ma tanto più Dio è distante quanto più loro portano il Cristo in petto e con Lui attraversano il calvario senza incontrare mai la Divina Provvidenza del Dio manzoniano. Dio appare in altre vesti: nelle madri caritatevoli e nei nonni duri e virili, nei figli scalzi che corrono per strada, nei lavoratori a cottimo sfiancati e deturpati e – perché no – negli intrallazzini, in chi si arrangia o vive alla giornata. Loro stessi sono particelle di Dio, frammenti di un dio del paganesimo e del cristianesimo delle origini. Sono tutti Cristi. O poveri Cristi. E alla fine, portano da soli la propria croce.
3) Ne La Gloria parli del rapporto con la grandezza, con una forza superiore che gli uomini – che spesso riteniamo piccoli e vagabondi senza scopo – riescono a conquistare. Oltre lo sport, da te ampiamente indagato e vissuto, pensi che esistano davvero Grandi Uomini – in poesia, in letteratura, nell’arte – protagonisti di un raggiungimento superiore, o forse – addirittura – che abbiano effettivamente realizzato uno Scopo?
I Grandi Artisti non necessariamente sono Grandi Uomini. I Grandi Uomini erano sorgivi e rimandavano alla cultura antica, primordiale, dell’Antica Grecia, l’epoca mitica, all’epopea.
I Grandi Artisti sono invece uomini più mediati dalla cultura del proprio tempo, nessuno di loro arriva al Gesto Puro, il gesto – per così dire – di pura giovinezza.
Se devo proprio fare dei nomi, mi vengono in mente D’annunzio, poeta soldato, o Giovanni Comisso e Guido Keller. Tutti loro hanno indossato la divisa della vita, non rifuggendo gli eventi della Storia e diventando uomini d’azione, pur continuando a essere artisti.
Non dimentico poi Pierre Drieu La Rochelle, oppure Sergio Corazzini (per il quale ho una vera adorazione), Guido Gozzano e i Crepuscolari.
Peraltro, aggiungo, D’annunzio ancora fa scuola, come potrei dirlo di Foscolo, dello stesso La Rochelle, di Corazzini. È difficile spesso separare la porzione di Uomo e di Artista, per questo amo tutti coloro che hanno mischiato la vita con l’arte, mettendoci il loro corpo – come anche gli sportivi di una volta – diventando così Grandi Uomini. Diventando Campioni.
Questa divisione dei ruoli, oggi, mi appare molto netta e anzi, forse è proprio quel che si cerca di fare, stabilire dei confini, dei limiti, delineare un “mestiere”. Gli Uomini svaniscono e gli artisti restano incastrati nella loro carriera. Siamo nel post-professionismo dell’arte, siamo nel mercato (poi anche quello virtuale, anche peggiore), e tutto diventa una gabbia.
Mi sembra che molta dell’arte di oggi, alla fin fine, sia più vicina al marketing.
4) sempre su La Gloria, ritorno ad un argomento già affrontato insieme, durante una presentazione, ovvero La Forza, come elemento naturale ma anche ispirato, eccezionale, forse divino. Nel capitolo “Sport Interiore” parli del tuo buon amico Luigi Grecco, ex pesista, un Maciste. Perde la madre, dunque ogni forza. Si sente inadeguato, può essere spazzato via dal mondo in qualsiasi momento. Allora, con il tempo, prende a sollevare la Terra che vuole stritolarlo. Diventa Campione d’Europa.”
A lui hai riservato un’espressione specifica: “Ha rubato la Gloria.”
Pur ricordando che la differenza tra il rubare e il conquistare è solo un ampio spettro di campi lessicali, è affascinante questa prospettiva: quale forza soprannaturale occorre per imbrigliare e far propria La Gloria? Quali capacità cerchi di scovare, in un altro essere umano, affinché questi possa sottrarre all’Empireo uno status così alto, così Sacro?
In realtà non c’è alcuna differenza tra il “raggiungere” la Gloria e il “rubarla”. Ho solo trovato una formula diversa, e questa mi sembrava la più adeguata a Luigi Grecco, più che altro perché si è trattato di un risultato del tutto inaspettato. Rubata perché raggiunta e strappata di sorpresa.
Grecco arriva alla Gloria attraverso una ferita manifesta – la perdita della madre, appunto – che se all’inizio lo priva delle forze, in seguito lo rinvigorisce e gli dona quella forza sovrumana che lo porta a sollevare la Terra.
Occorre quindi una forza interiore paragonabile al mito, quella che appartiene alla sofferenza che prima annichilisce e poi, in un processo di rinascita, restituisce una nuova vita, un cuore purificato e un’energia ultraterrena, quasi divina (non a caso Maciste è uno dei vari alter ego di Eracle/Ercole, semidio).
Inoltre, vedevo e vedo Luigi – anche oggi – come quello che nella preistoria, geneticamente, sarebbe stato un vero cacciatore. Non un lavoratore della terra, non uno sciamano, ma un guerriero, un lottatore per la sopravvivenza. C’è qualcosa scritto nei suoi geni che lo ha portato alla Gloria.
Quando penso a Luigi, mi viene in mente Renzo Pasolini, il motociclista: correva con un’etica sportiva impeccabile, con coraggio e autenticità, capace di portare tutto sé stesso nell’arena, senza sovrastrutture, senza inganni. Preferiva una vittoria pulita, anche a costo di perdere. Come Ettore di Troia, che combatte per difendere città, famiglia e l’ideale di onore, anche quando sa che il destino è avverso.
Il motto di Pasolini si potrebbe riassumere in “tutto e subito”, e può essere condiviso con Grecco, nella visione dei pesisti, i quali si giocano tutto con un colpo solo, senza eccezioni. Tutto (il peso) e subito!
Gli accostamenti epici, appunto, sono sintomo di una grandezza già scritta: Grecco come Ercole-Maciste, il Paso come Ettore: due grandi eroi, due eroi buoni.
5) L’Appartenenza, quanto conta, secondo te, per riuscire a raccontare una città misteriosa, tentacolare e iper strutturata come Roma?
La narrativa contemporanea, spesso di autori non romani, la descrive con i tratti quasi esclusivamente mostruosi, di una creatura capace solo di fagocitare, spietatamente.
Un vecchio adagio recita “Roma, i vecchi li ammazza i giovani li doma “. Eppure, nei tuoi romanzi, c’è un forte sentimento per questa città, un amore che supera la crudeltà, generando – appunto – un senso di vera appartenenza, un condizionamento naturale, un imprinting molto simile al rapporto madre-figlio.
Quanto pensi sia importante appartenere al tessuto di questa città, per poterne riconoscere l’identità e apprezzarne la vera natura, le sue fibre e le mille sfaccettature?
L’appartenenza, in generale, è importante, talvolta fondamentale. È una delle forme della conoscenza del territorio e di chi lo abita. È però uno strumento da saper maneggiare, un’Arte e un Mistero. In pochi sanno davvero destreggiarsi, usandolo saggiamente e non in modo saccente, sostenuto e classista.
Roma e i luoghi che descrivo, io li ho vissuti in maniera totale, scavando le viscere. Non è stato un osservarla, ero dentro.
Però, non essendo nato a Roma, potevo permettermi quelle intromissioni viscerali e al contempo riuscivo a conservare un certo distacco, e con una visione da lontano, guardando quella gabbia di matti, dicevo: perché mai vi siete rinchiusi lì dentro e non uscite mai? Non diventate pazzi?
Adoro la Roma descritta dal Belli o da Pasolini, ed entrambi sono l’esempio perfetto delle due facce della questione: Il Belli, romano, che ha saputo descrivere e far conoscere – tra le altre cose – quel “monumento che è la plebe di Roma”, pur non facendone realmente parte; Pasolini, nato bolognese, anima friulana e romano d’adozione. I suoi ritratti del popolo romano sono studiati ancora oggi come manuali della borgata e della popolanità (e non solo), senza che la sua origine abbia mai inficiato il valore della sua opera.
Ecco, questo forse è il vero senso dell’appartenenza: la capacità di saper creare, e poi plasmare, il legame con un luogo.
Probabilmente mi sbaglio, ma Roma poi, in particolare, ha una struttura tutta sua.
È una plaga sconfinata, un luogo del quale è impossibili definire i confini, fumosi e labili, tra metastasi antiche e moderne e monumenti. È mille città incastrate o incastonate una dentro l’altra.
Da fuori è solo “bella”, è la Capitale da cartolina.
Invece io parlo di quella Roma dimenticata che si attraversava famelici, da via Giolitti, sfrecciando davanti ai camion dell’esercito della mensa militare, fino al Quadraro, il vero Quadraro, non quello imborghesito di oggi, e poi a Don Bosco di quegli anni, con quella basilica che mi è sempre sembrata un’astronave atterrata nel deserto, o anche da via Durazzo giù fino alla Garbatella, che era un campo santo senza cristiani. QUELLA Roma era Bella.
