Avatar: un racconto per poveri mortali

“Avatar” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell’autore modificata con l’intelligenza artificiale
Donami il tuo transumanesimo e convertirmi alla grazia binaria. Guarda quanto amore c’è in questo avatar che mai invecchia, che si veste del mio spirito giovanile. Ha gli occhi grandi e lo sguardo trasognato. Mi rapisce con la sua dolcezza, io lo seguo tra i suoi pensieri artificiali. Andiamo a caccia di anime e di corpi, di variegate tipologie umane.
Nella tua realtà aumentata, io sono privo di paure. A volte sono bianco, a volte sono nero. Non sono mai un intermedio, tantomeno un intermezzo. Sono netto, non so cosa voglia dire essere grigio. Tu mi fai a immagine della mia descrizione. Non importa che io sappia scrivere correttamente, che conosca il reale significato delle parole.
Non ti importa ch’io sia italiano o d’altro ceppo etnico. Mi fai avatar secondo la tua interpretazione. Sei me come io vorrei, come se tu già sapessi. Sono nella Singolarità: l’uno è il tutto.
Mentre cammino su questo lungomare poco illuminato, in cui la luce degli schermi degli iPhone acceca e fa inciampare nelle mattonelle leggermente divelte, mi rendo conto che nessuno mi vede passare. Sono un’ombra tra donne e uomini piegati sui loro schermi. È questo il motivo per il quale mi sono fatto avatar? Per essere notato? Non esiste più contatto che non passi prima per questa mia nuova immagine.
Un giorno presentai il mio avatar a mia madre. Lei guardava stupita a questo omino così buffo, paffuto e dai lineamenti sereni. Le giurai che in lui non scorreva una goccia di sangue, che non era nato da un accoppiamento carnale. Esso era un ammasso di pixel generato dalle mie parole. Quindi, era una creatura a immagine e somiglianza del suo creatore, ma frutto della mia volontà. «Chissà, forse anche Dio è nato così e poi ha dato vita al resto». E di fronte a questa rivelazione, lei ha smesso di credere in Dio e ha voluto che le regalassi un iPhone.
Ho convertito mia madre per intercessione del mio avatar. È questo un miracolo che la Chiesa di Roma un giorno riconoscerà? Così, se le sole opere della fede salvano, io ho salvato me e pure mia madre. Siamo entrambi consumatori di iper-connessioni e di tecnologie futuriste WW. Ogni giorno chiedo ispirazione al transumanesimo che, leggermente, si impossessa di me. Io vorrei davvero impiantare un’intelligenza aumentata tra i neuroni. Vorrei guidare le mie intuizioni in un personale scientismo, nonché proclamare al mondo la mia «epistemologia».
E poi guerra. Guerra per fare prevalere me stesso, per abbattere gli altri avatar, per piegare alla mia volontà anche mia madre. «Piangete, piangete ora che ancora potete. Io ho conquistato 0 Singolarità». Così vorrei gridare, ma ora sono su una bicicletta e attraverso la brezza delle dieci di sera. Ci sono persone che parlano tra di loro. Persone i cui discorsi vengono interrotti dagli squilli degli iPhone. Sono i loro avatar che si ribellano. Hanno paura della solitudine.
«Sì – sussurro – venite a me. Qui c’è la vostra Gerusalemme Celeste, nonché la vostra Babilonia. Venite e salvatevi, secondo la vostra volontà».
