Antropocene e fine del mondo. Un fuoco

Antropocene e fine del mondo. Un fuoco

Articolo di Gianfrancesco Caputo

Il lavoro dell’uomo è un fuoco acceso che risveglia il tranquillo sopore della Terra, esiste una profonda correlazione tra causa ed effetto: l’attività dell’uomo e il movimento cosmico. Gli uomini si organizzano per dare ordine alla superficie della Terra come se anch’essa fosse disponibile a rendersi funzionale ai piani predisposti dall’uomo. Ma proprio quando l’uomo si accinge ad accendere il fuoco, la Terra apparentemente immobile si rivela essere viva, iniziando a reagire inaspettatamente alle sollecitazioni umane, e diventando incontrollabile per l’apparato tecnico dell’uomo.

L’umanità crea deliberatamente sedimentazioni tecno-scientifiche che determinano la trasformazione qualitativa della Terra stessa, fossilizzando i criteri guida attraverso cui è possibile decifrare le azioni di mutazione messe in atto, accade dunque che l’uomo compaia sulla Terra incarnando un ruolo definitivo: avere nelle proprie mani le sorti della propria fine e di quella del mondo. L’idea che le decisioni dell’uomo possano determinare la fine del mondo, assume la caratteristica di assoluta novità “anti-natura” anche se ciò fosse solo una possibilità immaginaria.

Il mondo quindi reagisce provocato dal fuoco dell’uomo, come se fosse un grande fienile in cui gli uomini, alla stregua di pargoli inconsapevoli, tengono nelle mani fiammiferi accesi; ecco gli indizi dell’uscita dallo spazio storico dell’azione tecno-scientifica dell’uomo: in una prima fase la tecnica è al servizio dell’umanità che la controlla come strumento della forza storica incardinata politicamente entro i confini dello Stato essendo funzionale alla realizzazione delle finalità ideali dell’entità statale; nella seconda fase la rete tecno-scientifica agisce ampliando i propri orizzonti, transitando così da azione storica ad azione planetaria fino a costituire una nuova dimensione del piano del mondo.

Il fienile si incendia e l’ustione provocata dall’uomo alla superficie terrestre ove egli lavora, mostra un aspetto della Terra inatteso: un carattere mobile e anormale, un immenso vivente prende forma. L’azione dell’uomo nel momento in cui diventa sovra-storica e globale, diventa anche sovradimensionata allo stesso progetto di pianificazione pensato da una umanità calcolante. La supposta onnipotenza globale della mobilitazione tecno-scientifica diventa incontrollabile dai piani di organizzazione umana, pertanto il destino di ciò che l’uomo tecnico realizza accelera la sensazione della fine dei tempi, dell’avvento della catastrofe cosmica.

A questo punto è incontrovertibile che l’abbondanza del mondo è cosa essenzialmente diversa dalla illimitata e scellerata capacità umana di mobilitazione delle risorse del pianeta, la libertà umana sarebbe salvaguardata se si rispettasse, nell’ambito di un piano umano, l’abbondanza della Terra ultima possibile salvezza dell’umanità. Ma tale libertà rimane informe fino a quando l’uomo libero porterà su di sé il segno dell’angoscia, ovvero fino a quando la libertà non sarà percepita come libertà che supera la necessità.

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