La terza geografia: Mosesso oltre ogni definizione

La terza geografia: Mosesso oltre ogni definizione

Articolo di Luciana De Palma. In copertina: “La terza geografia” di Carmine Valentino Mosesso, Neo edizioni, 2026

Le poesie raccolte in “La terza geografia” rappresentano esattamente la dimensione esistenziale dell’autore Carmine Valentino Mosesso che ha trovato nell’intercapedine tra la parola e la natura il terreno in cui seminare una nuova prospettiva umana e intellettuale.

I versi sono liberi di esplorare angolazioni dell’universo da cui poter guardare ciò che accade senza la presunzione di possedere la verità e allo stesso tempo con la certezza che, solo sradicandosi dai vecchi schemi, ci si può avvicinare ad altre e più autentiche visioni.

La natura domina il pensiero e i gesti del poeta che si lascia scorrere nelle forme di una bellezza minuta, fragile e potente insieme: succede così di sentirsi permeati dallo stesso stupore che pervade l’autore ogniqualvolta mette a tacere il frastuono delle illusioni per prepararsi all’ascolto di quel silenzio ricco di storia e di poesia che si materializza, quasi miracolosamente, nelle forme animali e vegetali.

Alle parole è riconsegnato un compito preciso, importante e di certo molto impegnativo: afferrare l’essenza, ma non pretendere di spiegarla o di esaurirla in breve.

“[…] parlare è impastare la lingua di Dante con il volgare di un quartiere/l’oratoria contadina con la schiuma di un arcipelago di case./ La semente va rinnovata spesso per non stancare il campo/e lo stesso vale per la lingua. […]”.

L’urgenza di rinnovarsi e rinnovare la lingua rende il processo della scrittura parallelo a quello della maturazione e della crescita spirituale; non potrebbe esistere altro modo per provare a superare i limiti di una coscienza che altrimenti tenderebbe ad annichilirsi sulle sue stesse posizioni.

E sulla scorta di un rinnovamento necessario il poeta rompe gli argini temporali e finisce per andare al di là della paura umana per eccellenza, ovvero morire e scomparire per sempre nell’oblio.

“Il giorno dopo la mia morte/accadranno cose bellissime:/la luce serena del primo mattino,/i vecchi a fare compagnia alla terra e all’aria./Sarà puntuale anche il cane del rione,/passerà una donna,/porterà il suo fiore.”.

L’eterno ritorno della linfa che non si perde perché ritorna a saziare la fame e la sete di vita è qui evocato con l’incandescente evidenza di una torcia che ondeggia nel buio pesto.

Non c’è potere più audace e più implacabile di quello della natura che sovrasta la miseria umana, pur non abbattendosi sull’umanità mai in modo definitivo: tutto sembra sempre commisurato al desiderio, alla volontà, alla voglia degli uomini di permettere alla natura di attraversarli, lasciando poi sedimenti di meraviglia, grandezza e stupore.

“[…] Per fare il pastore devi avere la statura dei giganti/ e delle formiche, devi saper prendere la montagna/ sulle gambe,/ e reggerla tutto il giorno negli occhi./ Il pastore ha scelto la voce delle cose/più che le parole degli uomini, ha scelto il vento,/ un altro modo di abitare il tempo.”

Le parole imprimono una traccia sul cammino solitario di chi ha deciso di assecondare il mistero celato nei suoni più genuini che orecchio abbia mai udito, ma non bastano per svelare il segreto delle cose poiché questo è impastato di tutto ciò che l’uomo da sempre tenta di possedere e purtroppo distruggere.

Mosesso non si lascia scoraggiare dall’impari sproporzione tra la piccolezza umana e la statuaria possanza della natura: è attraverso la parola che il mistero si fa dono e il segreto diventa rivelazione, benché tutto questo avvenga in rapidissimi lassi di tempo.

La sua consapevolezza che la bellezza si può sentire solo sporgendosi oltre il confine dell’orgoglio e della fantomatica superiorità dell’essere umano sulla natura fa sì che ogni verso si tramuti in un istante di incredibile illuminazione.

Lasciarsi andare, farsi trasportare dall’incanto che trabocca nella mente e nell’anima quando i sensi raccolgono i segnali, sparsi tutt’attorno, di una più vasta e profonda sostanza che reclama di essere vista, riconosciuta, amata e difesa.

In tutto questo l’amore si spalanca alle suggestioni impetuose che arrivano direttamente dalle viscere, come se non si potesse più rimandare la manifestazione di ciò che ha annullato il tempo per diventare un presente infinito.

“Parlami adesso, fallo per un’ora./ Non voglio perdermi nessuna nuvola,/nessun cielo/nella tua parola.”

Immaginando il poeta contemplare l’immensità che lo circonda, il lettore avverte l’impulso di diventare parte di quella stessa immensità che muta e si trasforma nello sguardo che riesce a cogliere sempre aspetti diversi, nuovi, portatori di complessità e di significato inattesi.

Mosesso ha scritto versi intensi e leggeri, in grado di restituire una maggiore aderenza alle vicissitudini di uno spirito che non smette di cercare altri punti di partenza da cui ripartire per esplorarsi ed esplorare.

Sono poesie che fluttuano in assenza di gravità perché composte con un’assoluta precisione ritmica, eppure pregne del peso invincibile della verità che non è mai di circostanza, ma sempre e solo risvolto di una catena di qui e ora che permea la storia nel suo divenire.

In questo sta la terza geografia del titolo: non un parametro univoco e immutabile, bensì uno spazio che racchiude gli opposti e li coniuga all’infinito.

 

 

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