Strage di Amendolara: reimigrare e dimenticare

“Strage di Amendolara: reimigrare e dimenticare” è un articolo di Martino Ciano
Cosa vuoi che siano quattro extracomunitari bruciati in un’auto perché chiedevano un trattamento da lavoratori e non da bestie. È successo in Calabria, nel cosentino. È accaduto l’uno giugno 2026, vigilia dell’ottantesimo compleanno della Repubblica italiana, quella Repubblica che si dice sia fondata sul lavoro.
Capito che beffa è avvenuta. E le telecamere hanno ripreso tutto. Si vedono due tizi, anche loro extracomunitari, che tengono le portiere dell’autoveicolo per evitare che quelli dentro escano. Hanno dato dimostrazione di come allestire velocemente una camera a gas. Ma tranquilli, si sono soffermati poco su certi aspetti. Tutti hanno condannato la strage di Amendolara senza condannare per davvero. È stato un po’ come il gioco delle tre carte: c’è sempre quello che pensa di vincere facile, di indovinare stando attento, invece è il primo a restare ipnotizzato dai movimenti fluidi del prestigiatore.
Alcuni hanno commentato che «se importi il Terzo Mondo, diventi come il Terzo Mondo». In questo modo pensavano di spostare la questione sulla solita necessità di reimigrare. Ma che dite, qui è sempre stato il Terzo Mondo, solo che qui, a tanti, non interessa emancipare né gli immigrati né gli autoctoni, perché quello che è avvenuto sulla costa jonica, in una stazione di servizio sulla Statale 106, all’altezza del comune di Amendolara, è una cosa che appartiene anche a un tribalismo nostrano.
E poco importa se questi extracomunitari abbiamo raccolto fragole nella vicina Basilicata e che risultassero contrattualmente in regola. Qui parliamo di metodi conosciuti e accettati, quindi di uno stile di vita.
Non se ne parla perché dobbiamo fare passare tutto come qualcosa di «non italiano», di importato da terre selvagge. Invece non c’era regione migliore della Calabria in cui questo episodio potesse avvenire. Si è assistito a un rito ancestrale, ben conosciuto, sepolto in qualche archetipo. Ma non scomodiamo i Totem e i Tabù di Freud, basta infatti rifarsi alla necessità di negare che questa cosa sia anche nostra. E più lo neghiamo, più riemerge.
Quanti innocenti mangiati dai porci, fatti a pezzi, infilati in pilastri di cemento? Quanti ammazzati per sete di giustizia?
Ma certo, noi dobbiamo difendere gli onesti imprenditori agricoli, quelli che mettono in regola chiunque. C’è una parte di Calabria che davvero prova orrore, che si dissocia, che non farebbe male a una mosca, che protegge l’immigrato, che accoglie senza remore. Ma c’è anche quella parte che liquida la strage di Amendolara con frasette da semplice lotta tra civiltà. Invece, ciò che dimentichiamo in fretta è che “questa civiltà” di cui ci vantiamo è presente solo in alcune zone e se ne parla come se fosse un privilegio.
Ecco, nel Terzo Mondo calabrese la normalità è un privilegio. Il lavoro a norma è fortuna per pochi. E pensare che un discorso del genere qualcuno lo addita come la solita “autopunizione” che siamo abituati a somministrarci, invece è chiaro, perché molti hanno sperimentato certi tipi di sfruttamento e non ne fanno mistero. Anzi, molti sono morti senza conoscere nulla di diverso.
Allora, il Terzo Mondo calabrese è più di una realtà, ma addirittura uno degli incubi più vividi che si possono ancora vivere. Ma come tutte le cose brutte si tende a dimenticare. Chiedete alla politica, sia essa di destra che di sinistra; nessuno sa dare risposte. O sei un privilegiato o te ne vai altrove.
Ecco, quell’esecuzione pubblica, avvenuta davanti alle telecamere, forse proprio per essere immortalata, è stata solo una delle tante facce di una Calabria che vive quotidianamente di peggio… a telecamere spente, però, e senza scene eclatanti.
