Perduto è questo mare di Elisabetta Rasy

Recensione di Alessio Barettini. In copertina: “Perduto è questo mare” di Elisabetta Rasy, Rizzoli, 2025
Libro sulle mancanze dell’amore, “Perduto è questo mare” proprio dal mare muove i suoi intrecci, dal mare di Napoli, la città di Raffaele La Capria, il cui ricordo Elisabetta Rasy passa in rassegna parallelamente a quello della propria famiglia, e in particolare del padre.
La trama che l’autrice intesse intorno a queste figure, accanto a quello della memoria, riguarda il mito, di Enea e Anchise in particolare, e del lato oscuro della città di Napoli, con continui riferimenti al film Le mani sulla città, di Francesco Rosi e sceneggiato dallo stesso La Capria, e poi Dostoevskij, Kafka, da lui amati proprio per quell’elemento fuggevole che funziona come rivelatore di ciò che manca all’animo umano, di quel che si perde e di quel che appare come un riflesso rapido che altrettanto rapido svanisce in altri riflessi.
Gli arabeschi, quindi, che l’autrice si ostina a voler cercare e svelare nel tentativo di dare ordine a una parte della sua vita, uno svelamento che acquisisce senso proprio nelle due figure maschili, in un certo senso complementari alla sua ricerca, caotica e disordinata quella del padre, compassata, precisa quella dello scrittore.
L’autrice racconta nel dettaglio di questa figura peterpanesca, il padre e il suo progressivo decadimento dopo l’abbandono della moglie, una mancanza visibile, esistente anche se ripetutamente tenuta in sordina durante gli anni della giovinezza e dell’età adulta e solo di recente riscoperta. E per questo più dolorosa. La scrittura arriva a cercare di sistematizzare quello che la vita fa in modo caotico, si attiva qui un processo di catarsi attraverso la contrapposizione continua delle due figure.
Così l’amicizia con lo scrittore napoletano, freudianamente si costituisce come simbolica di quella mancanza costituita dalla figura paterna. Del resto se fosse un film, “Perduto è questo mare” sarebbe ricco di dissolvenze, raccordo della memoria che si presenta necessario per dire ciò che non può essere detto, per mostrare che l’orizzonte in fondo fa una curva, crea una speranza, che non si può evitare per sempre il confronto con i propri fantasmi.
Il lavorio della memoria si ritrova in un tempo che sembra sospeso, come in parte è, e frequentemente, lo stile che rievoca anni in cui la ragazza-autrice non può comprendere mai del tutto questo gioco in controluce e ricco di assenze.
Che cos’era questa notte perpetua che l’avvolgeva? Certo un firmamento senza stelle, qualcosa di tenebroso e inaccessibile che mi faceva paura… la notte eterna della sconfitta. Inoltre era come se quel sonno non ristoratore gli restasse attaccato durante il giorno, come una melma di cui è impossibile liberarsi. Allora non conoscevo la parola depressione né la si usava nel mondo che mi circondava.
In questa complessità la narrazione degli eventi alterna costantemente il racconto della relazione fra l’autrice e le due figure maschili, ed emerge una propensione netta verso l’ordine che finisce però per escludere ogni terza possibilità. Nel ricordo le scelte del padre vengono presentate come elemento critico, come spiegazione implicita di anni privi di una relazione stabile fra padre e figlia e del suo deterioramento psicologico ed emotivo, oltreché per giustificare la conseguente decisione della madre di allontanarsi da lui. L’autrice non sembra voler concedere nulla, crea un contrasto netto e visibile, e spesso il contesto non appare funzionale ad altri sviluppi della narrazione complessiva, ancorata a questo parallelismo che riflette un’esigenza chiara di sistemare le parti scomode del suo passato.
Lui non parlava mai di quei momenti, a casa nessuno parlava mai della guerra come se fosse stata una malattia vergognosa, in cui si soffre tanto e dopo è meglio non nominarla. Il suo coraggio, il suo eroismo, le medaglie…vuoti a perdere per una causa sbagliata. Non restava che il gorgo della Napoli del dopoguerra, la città che ti addormenta o ti ferisce a morte, come anni dopo avrebbe scritto Raffaele.
In questo senso Rasy si concentra sulla sua ricerca della memoria del padre consapevole di non poter ottenere nient’altro che un’ombra, un sogno. Determinata nella missione, si paragona a Enea che nell’Ade si rende conto una volta di più di non poter abbracciare Anchise perché gli spiriti non si possono toccare. Ma c’è uno scarto, che appare in evidenza perché la consapevolezza di non poter abbracciare la memoria del padre coincide con l’impossibilità di costruirne una: il sogno di essere Enea che porta in braccio Raffaele dimostra che non c’è speranza, in nessun caso quello che non è accaduto in vita potrà ritrovarsi ora, nella scrittura.
Anzi, quando la memoria va a quei momenti in cui i due si incontrano di nuovo, l’immagine del padre che emerge è sofferente ed è legata a una sofferenza, la sofferenza dell’abbandono fra due persone che è sempre bifronte, che spinge il coltello nella piaga dei sensi di colpa e in quella delle accuse allo stesso tempo, senza mai risolversi, senza mai uscire da quel regno delle ombre che è un luogo di mancanze e di violenze interiori.
L’ombra del padre resta onnipresente, anche quando non è nominato, cioè quando l’autrice racconta di altri episodi della propria vita. Per risolvere questo nodo in apparenza inestricabile Rasy si rivolge ancora a Raffaele, senza però far altro che confermare quella stessa mancanza, che resta protagonista anche al di là delle apparenze e delle evidenti intenzioni.
È questo sbaglio che Raffaele ottantatreenne sentì di non essere mai riuscito, mai nella sua vita ormai lunga, a togliersi di dosso: l’eredità paterna è l’imperfezione. Suo padre non è Anchise, che sa sempre cosa fare e detta dall’aldilà al figlio la strada da seguire, e non è neppure Hermann Kafka sotto lo sguardo impietoso della requisitoria di Franz, che lo affronta come nella scena di un processo in cui il colpevole rende colpevole anche la vittima.
“Perduto è questo mare” va così a concludersi con un ultimo focus sugli ultimi giorni di La Capria, mentre la figura del padre resta sospesa a una memoria lontana, un’ombra confinata a non mutare mai più forma.
