Malus Domestica

“Malus Domestica” è un racconto di Simona Visciglia. In copertina una immagine creata con l’intelligenza artificiale
Malus domestica (Suckow) Borkh, 1803
Melo domestico, pianta appartenente alla
famiglia delle Rosacee.
Ho sposato Sergio solo perché ha una casa con giardino.
Ci siamo conosciuti all’ufficio postale dove lavora. Tra una bolletta del gas e le multe di mio padre, lui ha iniziato a farmi gli occhi dolci, si fa per dire. Il suo sguardo, infatti, ha dell’inquietante, con quelle palpebre rigonfie e cadenti che si ritrova. Il suo viso è una maschera orrida, cui contribuiscono le labbra sottili congelate in un ghigno disgustoso.
Sono cresciuta in un appartamento minuscolo, tirata su da mia nonna e da mio padre. Madre non pervenuta, pare che avesse inseguito i suoi sogni di gloria e un uomo più interessante di quello che si era portato all’altare perché incinta. Voci di paese, ché di questo a casa non si parlava mai. Mia nonna era una donna di poche parole, mio padre lo vedevo pochissimo. Trascorrevo molto tempo da sola, perché anche a scuola non è che avessi degli amici. E desideravo tanto un cane, come quelli che vedevo nei cartoni.
«Nonna, prendiamo un cucciolo?» azzardai l’estate dopo la terza media.
«Tuo padre non sarebbe d’accordo. E poi sporcano e hanno bisogno di spazio, se avessimo un giardino magari…»
La questione per lei era finita lì. E anche per me. Dopo gli esami di terza media, iniziai a lavorare da una sarta.
«Devi imparare un mestiere, studiare non ti serve a niente» aveva ordinato mio padre.
Niente giardino, niente cane, niente scuola.
Gli anni sono trascorsi tra orli da rifare, toppe da cucire sulle maniche di giacche sdrucite, cerniere lampo da sistemare. E la convinzione che un pezzetto di verde avrebbe potuto rendermi felice.
Mio padre è morto all’improvviso e mia nonna nel giro di pochi mesi l’ha seguito. Io ho dovuto lasciare quel buco di casa in affitto dove abitavamo e cercarmi una nuova sistemazione con Sergio, sposandolo con una cerimonia organizzata in fretta e furia: una formalità davanti al sindaco e fine della festa.
«Lascia perdere ago e filo, a te ci penso io. In casa c’è tanto da fare» ordina mio marito.
Niente amore, niente distrazioni, niente lavoro.
E anche il giardino non è che fosse un Eden quando sono arrivata. Ma il tempo non mi manca e, dopo le faccende, mi dedico a quel ritaglio di verde crespo da rimettere a nuovo.
Sergio a pranzo non rientra mai e anche quando è in casa le nostre conversazioni sono rade come i suoi capelli, quattro peli che lui si spalma alla bell’e meglio sulla calotta lucida.
A un certo punto, gli è presa la fissazione di metter su i bicipiti e di scolpire quell’addome flaccido che mi sbatte addosso tutte le volte che facciamo sesso. Secondo lui dovremmo sfornare tre o quattro miniature con il suo codice genetico. Per fortuna ci ha pensato Madre Natura a risolvere la questione: siamo sterili, io o lui, chi se ne frega.
«Fai benissimo a prenderti cura del tuo corpo, Sergio caro. Tranquillo, non mi secca restare a casa anche oggi, ho mille faccende da sbrigare. Come dici? Gli integratori? Sì, certo, li ho ordinati online così risparmiamo anche qualcosina».
Vai pure a perdere il tuo tempo con i pesi, che meno ti ho davanti, meglio sto. Ovviamente non glielo dico, ho imparato a tenermi le mie cose dentro, come ho sempre fatto del resto. Nonna me lo ripeteva spesso: «Non rispondere a tuo padre, è tempo perso. Gli uomini parlano, parlano ma non sanno ascoltare».
In giardino ho iniziato dalla siepe. Volevo qualcosa che mi nascondesse dalla strada e dai quei maledetti vicini ficcanaso: «Buongiorno, Luciana, tutto bene? Ogni giorno che passa sei sempre più simile a tua madre. Ah, ma tu non te la puoi ricordare, povero tesoro» sono le cose che mi devo sentire dire da quella megera che abita qui di fronte. Non mi vedrà più.
Tra me e lei un bel ligustro che nel giro di poco tempo crescerà alto e fitto.
Mi piacerebbe farmi anche un piccolo orto, qualche pomodoro, magari anche delle zucchine e della borragine per fare delle belle frittatine, o dei cipollotti, perché no. Ma soprattutto vorrei che il melo tornasse a dare frutti, Sergio dice che è morto. Che ne sa di alberi, di piante, di fiori, lui che ha fatto marcire questo piccolo quadrato di terra, che non ha cura di nulla se non dei suoi muscoli flosci.
Non che io sia un’esperta, ma su internet trovo tutte le dritte di cui ho bisogno. Con una buona potatura questi rami spogli torneranno a fiorire.
Mia nonna preparava delle torte di mele deliziose. Ci metteva anche la cannella e la cucina si riempiva di un odore dolcissimo che piaceva persino a mio padre. Mi insegnava a impastare la frolla, le sue mani ruvide incontravano le mie, mi scollava dalle dita i grumi burrosi, li riportava sul piano di lavoro: «Devi essere rapida, sennò l’impasto si scalda e non va bene». Io speravo che durasse in eterno quel momento, le mie mani nelle sue e il mondo che si fermava in quei gesti familiari.
***
Certi pomeriggi mi siedo sulla poltrona di Sergio, quella dove lui trascorre le serate a guardare lo sport in tv o a leggere la Gazzetta.
La sposto fin sotto la finestra e resto a guardare fuori: ho piantato begonie e gerani nei vasi lungo il vialetto che porta al cancello. La siepe ha iniziato a cospargersi di piccoli fiori bianchi e profumati, i pomodori sono spuntati con il loro verde acerbo e promettente e il melo ha ripreso a mettere su foglie tenere ma rigogliose. Immagino che prima o poi ci sarà anche un bel cucciolo che scorrazzerà sull’erba, venendomi incontro agitando la coda.
Sergio non mi mai ha detto niente del lavoro che sono riuscita a fare, i suoi mezzi occhi non vedono la bellezza.
«Mi hai preparto la cena, Lucia’?»
«Un bel minestrone, ci ho messo anche qualcosa dell’orto»
«Te l’avrò ripetuto non so quante volte, mi servono proteine per i muscoli, che me ne faccio di ‘ste erbacce lessate?»
«Sergio caro, hai bisogno di un’alimentazione equilibrata. Lascia fare a me. La carne te la preparo domani, con una bella insalata di pomodori e una crostata di mele, le nostre mele».
Mi guarda con sufficienza, da sotto quelle palpebre edematose, e ingolla tutto, come un animale.
E come un animale gli viene voglia di prendermi dopo cena, perché ancora spera di potermi ingravidare.
Per non vomitargli addosso, ripenso al profumo dell’erba appena falciata, alla morbidezza della terra nella quale affondo le mani, al mio melo che ha lottato insieme a me ed è rinato.
Resto mezza nuda sul letto, lui torna in soggiorno. Mi lascia in compagnia di un temporale che esplode senza preavviso. Sento scrosciare l’acqua impietosa sul tetto e sui vetri. Lampi illuminano a giorno la camera da letto e le impronte delle sue mani sulla mia pelle.
Quando ero piccola avevo il terrore dei tuoni. Era l’unico momento in cui nonna mi tirava a sé, quasi in un abbraccio, e recitava un antico scongiuro a ogni bagliore del cielo: «Santa Barbara, aiutaci e salvaci…»
In quella rima imperfetta, io mi lasciavo andare. Nonna odorava di sapone di marsiglia e soffritto.
***
Ogni giorno che passa le cose tra me e Sergio vanno sempre peggio. I suoi muscoli hanno preso forma, ogni mattina prima di uscire passa interminabili minuti a rimirarsi allo specchio. Cosa stai lì a guardare, gli vorrei dire. Non camperai cent’anni, diventerai vecchio e con la pelle cadente. Ti si ammoscerà anche quel coso che hai tra le gambe. Non darai nuovi frutti, tu.
«Gli uomini bisogna prenderli per la gola,» diceva mia nonna, mentre cucinava manicaretti di ogni sorta per mio padre «impara a cucinare e troverai un uomo che farà follie per te».
A fuoco lento io ho coltivato il fastidio.
Senza fretta, ho raccolto i frutti del mio lavoro in giardino.
«Ai miei tempi non si gettava via nulla, mica come oggi» predicava mia nonna «Ho conosciuto la fame, non sono mica cresciuta nella bambagia io… Mangiavamo anche le bucce delle patate durante la guerra. Ma tu che ne sai? Guarda e impara, Luciana, che nella vita non si sa mai».
E così se l’orto mi regala ortaggi in abbondanza, ne faccio conserve che consumeremo in inverno. Con gli scarti, i gambi o le foglie troppo dure preparo salse gustose da spalmare sul pane o ne faccio brodi succulenti per le nostre minestre.
Persino i semi delle mele possono avere una seconda vita, li metto da parte, così da averli sempre disponibili. Ho trovato in rete una ricetta molto particolare: con qualche accorgimento e alcune modifiche, ne ho ricavato le dosi perfette per un frullato ricco di vitamine e sali minerali per Sergio che sembra apprezzare. Un bel bicchierone al giorno e lo faccio contento, lui e il suo piano alimentare di mantenimento: «Sergino mio, l’ho letto su internet: una dose al giorno per tutta la vita e camperai in eterno, sano come un pesce. Ci vuole pazienza e soprattutto costanza. Tu vai in palestra e io ti supporto con i miei prodotti miracolosi».
***
«Stasera ho il poker con i colleghi, non torno per cena» mi annuncia Sergio al telefono. Aspetto sempre queste sere in cui lui non torna: «Che peccato, stavo preparando l’arrosto che ti piace tanto. Ma sì, meriti un po’ di svago, divertititi… Hai portato l’ombrello? Verrà a piovere di sicuro, ho sentito ora il meteo in tv». Con lui meglio usare toni melliflui per non urtargli i nervi.
In tanti anni, ho appreso l’arte dell’ipocrisia come quella di potare i rami sterili.
Quando rientra, a notte fonda, sento che si lamenta, borbotta qualcosa, inveisce. Mi sono assopita sul divano guardando un vecchio film in bianco e nero, di quelli che piacevano tanto alla nonna.
Sbatte la porta del bagno, un rumore netto che quasi si confonde con il fragore del temporale là fuori. Sento colpi di tosse, ma non mi muovo. Le chiome del mio melo si agitano, proiettano ombre multiformi sulle tende giallo ocra del salotto.
Un lamento soffocato e subito dopo un fulmine. Luce e poi di nuovo buio.
Un tonfo, come qualcosa di pesante che cade, accompagnato da un tintinnio di vetri infranti sul pavimento. Infine un sibilo strozzato appena percettibile.
Dal bagno, poi, più nulla.
Mi alzo, resto ancora in ascolto per esserne sicura.
Guardo fuori il mio amato albero, sferzato dalla tempesta ma tenace: quanti frutti mi ha regalato in così pochi anni! Ho preparato centinaia di barattoli di marmellata e frullati energizzanti, con tutti quei semini. Nonna sarebbe stata fiera di me, mi sembra di risentirla mentre aggeggiava in cucina “Bisogna prendere gli uomini per la gola”.
Che tempo da lupi… Santa Barbara aiutami e salvami…
