You: Joe Goldberg e i “prodotti” della società

“You: Joe Goldberg e i prodotti della società” è un articolo di Letizia Falzone. In copertina la locandina della serie Tv
Dopo un perfetto riassunto dei punti salienti della sua storia, come sempre tramite la sua voce, da narratore, Joe Goldberg è tornato a New York. E sono passati tre anni da quel momento. La quinta e ultima stagione di “You”, segna la conclusione del tormentato viaggio di Joe Goldberg.
Tornato a casa con la speranza di una vita tranquilla accanto alla moglie Kate e al figlio Henry, Joe si ritrova presto a fronteggiare i fantasmi del passato e le sue oscure pulsioni. L’arrivo di Bronte, una donna misteriosa con legami con le sue precedenti vittime, innesca una serie di eventi che porteranno Joe a confrontarsi con le sue azioni in modo definitivo.
“You” ha danzato per cinque stagioni sull’orlo del baratro morale. Una serie che non ci ha mai chiesto il permesso: ci ha semplicemente costretto a guardare. E, peggio, a parteggiare.
Il racconto esplora temi di responsabilità personale, la pericolosità del romanticizzare la violenza e la critica alla società che spesso esalta figure come quella di Joe. Concludendo la serie, la stagione finale offre una riflessione sul confine tra amore e ossessione, lasciando un messaggio potente e provocatorio agli spettatori.
“You” segue Joe Goldberg, libraio colto e affascinante, che dietro una maschera da romantico si rivela un manipolatore ossessivo e omicida. In ogni stagione, Joe si reinventa: cambia città, nome, amore. Ma ovunque vada, porta con sé la stessa fame: quella di controllo, di purezza, di una relazione perfetta che esiste solo nella sua testa. La serie, tra thriller psicologico e satira romantica, mette lo spettatore in una posizione disturbante: ci fa entrare nella mente del predatore, e ci chiede se abbiamo davvero voglia di uscirne.
Penn Badgley, sin dalla prima inquadratura, non ha interpretato Joe Goldberg: lo ha sussurrato. Uno stalker, un assassino, un narciso letterato con la voce giusta e gli occhi sbagliati, ma anche un innamorato, un padre, un giudice. In lui, tutte le stagioni della vergogna e del desiderio. In noi, l’imbarazzante disponibilità a seguirlo.
Joe Goldberg è sia intelligente, gentile e premuroso quanto stoico e malato; è sia un ragazzo in grado di riconoscere i propri (grandi) difetti tanto da cercare di abbandonarli, sia un serial killer che non ha scrupoli a distruggere le vite altrui per raggiungere i suoi scopi relazionali e che giustifica le sue terribili azioni con il proprio amore. In alcuni momenti noi speriamo e crediamo che Joe possa veramente cambiare, ma puntualmente si scontra con il suo dover accettare che qualche rotella nel suo cervello non è proprio a posto.
Con la quinta stagione, “You” rientra a New York come in un sogno febbrile. Il cerchio si chiude. Le maschere cadono. Il gioco di specchi non mente più. Alcuni lo chiamano epilogo, ma è piuttosto un compendio: un remix ipnotico delle sue ossessioni, delle sue posture. Il teatro della colpa è affollato – di mogli gemelle, potere, lusso, vecchie tentazioni – e Joe si muove come sempre: con grazia assassina.
“You” è sempre stata una trappola. Per il suo protagonista. Per noi. Perché alla fine non è Joe ad aver fallito. Siamo noi, spettatori consenzienti, ad avergli permesso di raccontarsi come vittima, come poeta, come romantico. La serie si è spinta là dove la maggior parte si ferma: ci ha chiesto cosa siamo disposti a perdonare, purché la voce narrante sia affascinante.
Nel finale, la serie smette di farsi bella per noi. Ci guarda dritti e, con l’ultima, gelida strizzata d’occhio, ci ricorda chi eravamo mentre lo guardavamo uccidere.
“You” si chiude così, con una provocazione che non scagiona nessuno: e se Joe fosse solo il prodotto di un mondo che, in fondo, ama guardare il male da vicino purché sia ben raccontato? La serie ci consegna una chiusura netta, sì, ma non comoda. Joe viene punito, ma non dimenticato. E la vera domanda resta sospesa nell’aria: il vero mostro è lui o è la società che continua a dargli un palcoscenico?
Non è Joe a chiudere la storia. Siamo noi. Finalmente. Forse.
