Un secolo di nebbia: Vișniec e l’ideologia dell’idiota universale

Un secolo di nebbia: Vișniec e l’ideologia dell’idiota universale

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Un secolo di nebbia” di Matei Vișniec, traduzione di Mauro Barindi, Voland, 2026

Eccoci al cospetto di un romanzo che capita proprio nel momento giusto. Non si sostituisce alla storia, non tenta di spiegarla, non la riduce a mera cornice. La sua qualità è che prova a interpretarla con riflessioni, con sprazzi di autobiografismo e con un pizzico di sarcasmo capace di svelarci la farsa.

Ma partiamo dalla prima costatazione: «Un secolo di nebbia» è un romanzo lungo, poco meno di 700 pagine, quindi ampia è la trattazione delle dinamiche e variegata è la natura delle storie che contiene. Ci sono tanti personaggi, ma tutti appartengono alla stessa categoria: quella dell’utile idiota.

Matei Vișniec è conosciuto anche come drammaturgo. In lui, la storia, soprattutto quella della sua Romania, è un motore immobile che genera in continuazione universi paralleli. La dittatura comunista è stata feroce, ha commesso crimini inenarrabili, non ha nulla di diverso da quella nazista.

Stalin è stato un tiranno, un assassino e un incantatore di serpenti. Non è stato diverso da Hitler e quelli che verranno dopo di lui non saranno diversi da coloro che la storia ci ha fatto conoscere. Detta così, tutto è ripetizione. L’uomo non inventa mai davvero nulla di nuovo. Pur seguendo ideologie diverse, mai davvero si riesce a creare qualcosa capace di eliminare: «lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo».

Il XX secolo è stato di sicuro il momento più scellerato e prepotente che si sia mai verificato. Fascismi e Comunismi hanno provato a plasmare l’uomo nuovo, ma entrambi gli esperimenti sono falliti miseramente. Sono passati decenni ma le conseguenze non sono finite: noi siamo il prodotto di quegli sconvolgimenti. Chi si crede salvo e al sicuro si sbaglia di grosso, perché in fondo siamo tutti «dadaisti», quindi felici di concorrere alla creazione dell’idiota universale.

«Un secolo di nebbia» ci parla anche di incontri ipotetici, che sarebbero potuti accadere. Il primo è quello avvenuto nel 1913 a Vienna tra Hitler e Stalin, quando entrambi erano due poveracci. L’altro è quello tra Lenin e il fondatore del Dadaismo, Tristan Tzara, che si sarebbe tenuto a Zurigo, nell’immenso Cabaret Voltaire. L’autore gioca in questo modo con il verosimile costruendo un tappeto narrativo capace di attraversare criticamente gli eventi.

Ma come detto, i veri protagonisti sono gli utili idioti, ossia uomini comuni che si sono tappati gli occhi, che hanno creduto ciecamente, che hanno collaborato con il loro silenzio. In questo modo, Vișniec «si diverte» a costruire contraddizioni, compagni di lotta che continuano a sostenere la violenza. Ma ciò non è avvenuto solo in Unione Sovietica o nei paesi dell’Europa dell’Est, ma anche in Occidente.

Vișniec infatti riporta le storie dei dirigenti dei partiti comunisti occidentali, in particolar modo di quello francese che era pure il più grande di tutti. E che dire di intellettuali come Sartre, Aragon e Barthes che hanno difeso il regime. Ma attenzione, questo resta un romanzo e lo stile ce lo ricorda pagina dopo pagina. Lo scrittore romeno non mette in campo una resa dei conti, tantomeno ha bisogno di imbastire processi, ma inserisce tutto nel mare magnum degli eventi.

«Un secolo di nebbia» non è neanche un romanzo che spalleggia qualche sovrnaista europeo, figuriamoci se Voland si sarebbe mai prestato a un gioco del genere, ma è un monito all’incapacità degli uomini di avere spirito critico. La nebbia che attraversa il secolo è metafora della carenza di dialettica. Un tiranno è sempre un tiranno, qualsiasi bandiera incarni. Il soggetto della Storia è sempre l’uomo.

Infatti, la capacità dello scrittore romeno è stata quella di incastrare il passato con il presente, ampliando la sua ricerca anche all’ultima Pandemia che ha sconquassato il mondo. Quanto creato ha costruito questo paradosso: il passato, realmente accaduto, ci appare come qualcosa di distopico, mentre il presente somiglia tanto a quanto molti di noi hanno appreso dai libri di Storia, o hanno sentito raccontare da coloro che, dopo 1989, sono giunti nell’opulento Occidente in cerca di fortuna.

Per concludere, «Un secolo di nebbia» è un grande affresco letterario che proviene da uno scrittore che ha vissuto le brutture della Storia sulla propria pelle. Ma leggendo Vișniec non posso non citare un altro grande romeno, ossia Mircea Cărtărescu. Tra i due c’è un abisso e nessun paragone reggerebbe, ma entrambi hanno le stesse finalità: fare della Storia un luogo di discussione.

Questa volontà è figlia di una cosa semplice, ossia essere stati testimoni diretti del male. Una lezione che sarebbe utile a noi occidentali che, quasi stanchi della pace e della democrazia, stiamo affidando il nostro futuro a una banale volontà di potenza.

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