Rosina Lupia: la voce della terra

La storia di Rosina Lupia, contadina calabrese di Belcastro, in Calabria, raccontata da Doris Bellomusto. La scrittrice calabrese ci dona alcune righe di un suo prossimo lavoro. In copertina una foto di Michele Santoro
Questa storia inizia così:
Il 12 novembre del 1912, mentre me ne stavo ancora al caldo nel grembo di mia madre, il mondo fuori faceva il suo mestiere di sempre, amaro e storto. Tra i ghiacci dell’Antartide una spedizione ritrovava i corpi congelati dell’esploratore Scott e dei suoi uomini; a Madrid un anarchico sparava al Primo Ministro spagnolo; nei Balcani si preparavano alla guerra e dall’altra parte del mare gli operai in sciopero venivano presi a mazzate dalla polizia. Cose grandi, tristi e lontane, scritte sui giornali per chi sapeva leggere.
A Belcastro, invece, quel 12 novembre la storia era soltanto un’altra giornata di pane duro, dita spezzate dal freddo e terra amara: e io nascevo.
Ci sono voci che il tempo non riesce a spegnere. Restano sotto la cenere della storia, mescolate alla polvere delle strade, al rumore del presente. Voci che non sempre hanno lasciato libri, ma che hanno saputo farsi strada nella memoria attraverso la forza delle parole, la rabbia e il desiderio di giustizia.
È da questo ascolto che nasce Rosina Lupia – femmina, quercia e terra, un mio inedito a lei dedicato. Non una biografia, né una semplice ricostruzione storica, ma un tentativo di avvicinarmi a una figura reale fino a indossarne, per quanto possibile, pelle e pensieri. Mi interessa attraversare la distanza che ci separa da lei, immaginare i suoi gesti quotidiani e restituirle una voce in prima persona. Questa scrittura è per me un luogo d’incontro tra ciò che sappiamo di lei e ciò che la letteratura può ancora provare a immaginare.
Rosina nacque a Belcastro il 12 novembre 1912. Contadina, analfabeta, poetessa orale, fu protagonista delle lotte contadine del dopoguerra e guidò uomini e donne nell’occupazione delle terre. Partecipò alla costituzione di una cooperativa di contadini e braccianti e all’occupazione di una parte dell’uliveto incolto del marchese Giulio Berlingieri. La sua vicenda ci parla di terra e lavoro, ma anche di emancipazione e coraggio.
A raccontarla, nel 1950, fu anche Alberto Jacoviello in un articolo intitolato La canzone di Rosina, pubblicato su L’Unità. Il giornalista la descrive come una donna «alta e dritta come una giovane quercia», capace di guidare il movimento popolare e di conoscere le leggi sulle terre e sulle cooperative, pur non sapendo leggere né scrivere. Un’immagine che restituisce la statura di Rosina e suggerisce il senso del titolo del mio lavoro: tre parole che provano a contenerne la forza, il radicamento e la capacità di resistere.
La sua voce letteraria nasce dal dialetto, dal lavoro e dalla familiarità con le cose vive della campagna. Le parole non sono un ornamento, ma una forma di fatica e di lotta, qualcosa che si porta addosso come il pane, la terra, il sudore. La poesia non è separata dalla vita: ne raccoglie la durezza e la trasforma in canto.
Rosina si rivolge direttamente al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. La sua lettera in versi mette in gioco il proprio vissuto e un rapporto con il potere diretto e senza filtri:
Mio caro e bene amatu Presidenta, ti skrivu chista littara ‘e luntanu, ppe’ mma ti dicu ca c’è nu pezzenta chi vö ppe’ ma mi futta de stramanu, nu pezzareddu ‘e terra d’o ponenta ma fa ‘na strata cchi scinda a lu chjianu. E’ megghjiu ma ‘nterveni, Presidenta, e ma ci dici, a chistu sacristanu, nomma fa u’ fissa, ca ddocu, comu nenta, Peppinu caru, cu’ vö mala a mia, gira a nu fusu e non conchjuda nenta! A chistu puntu, aju fiducia ‘e tia cchi sì cumpagnu e puru Presidenta. Chiudu e mi firmu Rosina Lupia
Siamo di fronte a una voce che non si lascia intimidire dalla distanza né dalla solennità delle istituzioni. Rosina si rivolge al presidente con una familiarità che è insieme richiesta, protesta e sfida. Il dialetto non attenua la sua determinazione: la rende concreta, vicina, irriducibile. La parola popolare entra nello spazio della politica senza chiedere permesso.
È questo che mi interessa inseguire: la possibilità che una voce rimasta ai margini possa tornare a parlare, non come una figura immobile consegnata al passato, ma come una presenza capace di interrogarci ancora. Perché la storia non è fatta soltanto di chi ha scritto i libri, firmato le leggi o occupato i palazzi. È fatta anche di chi lavora, conoce la fame, alza la testa e trova nelle parole un modo per non piegarsi.
Scrivere di Rosina significa tornare a una terra che è memoria e ferita, appartenenza e conflitto. Significa ascoltare ciò che resta della sua voce e provare a sottrarla al silenzio, lasciando che testimonianza e immaginazione contribuiscano insieme a tenere viva una storia.
Rosina Lupia è morta il 24 giugno 1988. La sua vicenda, però, non si esaurisce in questa data. Resta la quercia, con le radici piantate nella terra e i rami esposti al vento. Resta la voce, che non ha avuto bisogno della scrittura per farsi sentire. E resta la possibilità, attraverso la letteratura, di tornare ad ascoltarla.
