Un ruolo, forse tragicomico

“Un ruolo, forse tragicomico” è un articolo di Martino Ciano. In copertina una foto dell’autore
Ora immagino di nascere. L’uscita dall’utero materno, scivolando da un universo all’altro. Mi viene attribuito il ruolo di neonato. Comincia la scoperta del mondo, cavalcando il vento, sempre più denso, della vita. Giorno dopo giorno un nuovo ruolo, fino a diventare senza senso, quando vecchio e annoiato andrò a guardare il tramonto, pensando al mio.
Ora chiudo gli occhi. Sparisce il mondo, abbraccio il nero. Cieco, mi sono attribuito un ruolo; cupo, mi sono dato al giorno. Di allegria mi sono travestito solo per non fare sentire in colpa gli altri per le loro risate. Volevo tornare a casa, trovare un giorno di pace. Ho sentito la guerra del mondo e mi sono armato anch’io. Ho sonno, nonostante io sia in un immenso girotondo, tra grida e schiamazzi.
Ora fuggo, come un tempo. Nei giorni del dolore a cui si sommano le ore spensierate. Gridando all’unisono la rabbia e la dolcezza, ritrovando ricordi sommersi, un ruolo da fuggitivo mi attribuisco per non pesare più sulle spalle del tempo. Infami tutti i sorrisi e irriconoscenti gli amori perduti. Mi sono rifugiato tra i rigurgiti dei miei sogni, alcuni di essi mi hanno spaventato più degli incubi.
E ora corro, mi inseguo, mi acciuffo e mi incateno. C’è un cumulo di rimorsi con cui giocare a mosca cieca. Mentre si finge di non essere tormentati, immolandosi come martiri su croci improvvisate dai benpensanti, un ruolo da indifferente mi attende sulla soglia di casa. Camminando tra le vie di un mondo ancora addormentato, cullato dai primi bagliori del giorno, io vedo le cose comparire come se fosse la prima volta. Sbocciano senza nessun rimpianto, ma non per me.
Nell’istinto di sopravvivenza annunciato da un’allusione, nel sentirsi deboli anche se bisogna dimostrare forza, io mi accorgo che non sono solo. Ecco, mi attribuisco il ruolo di accompagnato, quasi vedendomi maledetto, privato del fiato e spaventato dal troppo che resta anonimo e dal poco a cui è stato dato un nome.
Così vanno via le certezze: chiudendo gli occhi e sussurrando al cielo di sentirsi al sicuro, almeno per un altro giorno.
