Un padre

“Un padre” è un racconto di Luciana De Palma. In copertina “Paternity” di Pablo Picasso
Se a mani nude dovessi rompere una lastra di ghiaccio, sarebbe meno faticoso che scrivere di te.
Ho già cancellato e riscritto e poi cancellato un’intera pagina.
Le parole che ho trovato tradiscono le mie intenzioni di arrivare a te, dentro di te, e quelle che cerco mi tradiscono perché mi allontanano da te.
Dovrei lasciar perdere. Non sono capace o forse, dopo più di trent’anni dalla tua morte, non ho ancora capito chi sei, ma dovrei dire chi sei stato.
Se cedessi all’enigma, mi sentirei un’illusa: avere i tuoi occhi, il tuo sangue, il tuo carattere non ha nulla a che vedere con il conoscerti.
Non esistono i classici tre aggettivi che riuscirebbero a descriverti.
Mi sforzo, costringendomi ad una battaglia che avrei potuto evitare, ma che oggi, qui, non voglio rimandare.
In fondo scrivere di te non cambierebbe niente. Tu sei di là, io di qua.
Ecco, possiamo partire da questo; utilizziamo la definizione di spazi occupati da entrambi come punto di inizio per raccontare di te.
C’è una distanza immensa che ci tiene lontani e che potrebbe aiutarmi a guardarti con la precisione scientifica con cui si studiano i più remoti pianeti della galassia. In questo spazio, che mente umana non riesce neppure a concepire per quant’è infinito, noi due siamo agli antipodi.
Ed è quello che pensavo di te, quand’ero ragazzina.
A ricordarlo ora, mi sembra che non sia trascorso così tanto tempo da quando mi chiedevo cosa avessimo in comune tu e io, a parte quello che l’evidenza mi faceva dare per scontato.
Ti temevo, a volte ti evitavo perché sentivo di non corrispondere a quello che ti aspettavi da me.
Eppure, la tua natura così complicata mi affascinava: temerti e amarti era tutt’uno.
Incredibilmente potevo ospitare sentimenti opposti nella mia testa di adolescente.
Adesso, invece, voglio mettere tutto in ordine, in fila perfetta quello che ho recuperato di te nella mia memoria.
È la brutta abitudine degli adulti, servirsi dell’esperienza per riporre ogni cosa nel giusto cassetto, dimenticando l’ebbrezza e la follia della gioventù.
Sarà per questo che finora ho fallito il compito di afferrarti e fissarti su questo foglio.
Tentare ancora è una delle mie specialità. È una di quelle lezioni che mi hai dato senza farmi sentire che mi stessi istruendo.
Era una delle tue specialità lanciare sul tavolo da gioco dei nostri giorni insieme minuscole perle di saggezza e aspettare che i tuoi figli le prendessero.
Ti assicuro che non sono poche le perle che portiamo ancora in tasca, mio fratello ed io.
Sembra che lo spazio si sia ridotto un poco, pensando ai tuoi insegnamenti. Come se tu li avessi ripetuti un paio di minuti fa.
Diversamente dalla tua voce, la tua figura è salda nella mia testa.
Alto, magro, snello, in forma in ogni stagione, salutista, amante del lavoro e delle lunghissime passeggiate in montagna, ‘zio’ per gli amici di campagna, promotore di scherzi, ottimo barzellettiere, in famiglia umorale quanto basta per farci dipendere completamente da te.
E infine solitario. Con quanta devozione celebravi i tuoi riti in onore dell’amata solitudine.
Ti ritiravi nella tua testa e lì restavi, per ore, come una barca finalmente ormeggiata, ma in balìa di sottili correnti che non ti permettevano di restare fermo.
L’equilibrio, che non riconoscevo in te a causa del fuoco che possedevi come un tesoro, un bene più prezioso dell’aria, era il miraggio a cui forse tendevi disperatamente.
Non credo tu l’abbia mai raggiunto. Essere in lotta con te stesso era il tuo modo di provare che eri vivo.
Tutti ce ne siamo accorti, ma nessuno te l’ha fatto pesare perché sapevi porgere agli altri questo tuo tormento sotto forma di interrogativi esistenziali che allora non capivo e che adesso, invece, comprendo molto bene, avendo superato la tua età.
Avevi quarantacinque anni e mai una volta che tu abbia imprecato contro dio o il destino perché l’uno o l’altro ti stavano togliendo la vita da sotto i piedi.
Ti fu diagnosticata una leucemia. Hai affrontato ogni cosa con il tuo solito distacco, così noi non ci siamo accorti di nulla, fino al giorno in cui la verità ci è saltata addosso come un cane rabbioso.
Eri lì. Il tuo nome, la tua identità, la tua persona, i tuoi gesti, le tue parole, i tuoi silenzi componevano alla perfezione quello che sei stato; tuttavia ora so per certo che non bastano per sapere quello che non ho fatto in tempo a scoprire.
Scrivere è mentire a sé stessi. I ricordi mentono, le parole mentono, il dolore mente.
Mi accorgo che ho sprecato tempo, ho girato in tondo ad un baratro che nessun racconto colmerà.
Dare sostanza al silenzio sarebbe la soluzione. Permettere ai reperti di un sogno di riemergere dagli abissi, guardarli galleggiare e poi lasciare che affondino ancora una volta potrebbe restituirmi la pace.
In qualche modo la distanza siderale che tra noi vige come un tacito compromesso mi protegge dalle illusioni a cui sarebbe fatidico credere alla mia età.
Una volta ho letto in un colpo solo il tuo diario, quello che hai scritto durante l’adolescenza: non si contano i feroci scontri che avevi con tuo padre.
Preferisco che tu rimanga un mistero. Scontrarsi con la tua ombra sarebbe una guerra che mi porterebbe alla pazzia.
Prendersela con te per non esserti lasciato conoscere davvero sarebbe sciocco tanto quanto accusarti di essere morto un giorno di secoli fa.
Se lo spazio ci tiene lontani, il tempo del perdono ci avvicina.
Anche questa è una di quelle perle che ho sempre in tasca: mentre scrivo con una mano, con l’altra continuo a sfiorarla.
