Elvio Carrieri: “Poveri a noi” spatriati in patria

Recensione di Alessio Barettini. In copertina: “Poveri a noi” di Elvio Carrieri, Ventanas Edizioni, 2024
Romanzo di esordio non certo vuoto di interesse, questo Poveri a noi, che si presenta con un’espressione tipica del parlato pugliese. Siamo a Bari in compagnia di due giovani, Libero, il narratore, e l’amico Felice, detto Plinio, (“si era convinto del fatto che se ci fossimo mai trovati in un’aggressione, nella quale chiaramente gli aggrediti saremmo stati noi, il suo nuovo nome altisonante avrebbe spaventato a giusta guisa i forzuti tanto da indurli a guardare altrove”).
Due nomi che sembrano opposti alla vita universitaria che conducono, che sembrano desideri. Ma Felice in un’aggressione ci è finito, da bambino, e Libero ne è stato testimone. L’evento è segnante, i due stringono un sodalizio basato sulla superiorità culturale e morale che attraverso la crescita prende la forma di una vera e propria vanitas. Ma Felice resta ancorato a paure, idiosincrasie, fissazioni, mentre Libero diventa insegnante in carcere, affronta la sua vita, cresce.
Elvio Carrieri racconta questa storia dalla voce di Libero, una voce ironica, tagliente nei confronti di tutto, anche di Felice, soprattutto del mondo del carcere, persino di sé stesso.
L’ambiente carcerario è pullulato da quelle che vengono chiamate figure professionali. Inevitabilmente mi sono trovato in contrasto con ognuna di loro, nel seguente ordine: operatori del terzo settore, volontari, medici, infermieri e psicologi dell’Asl. Particolarmente sui nervi mi dava la personalità di una terapeuta, Letizia, che agiva, mi pareva, con la stessa subdola cattiveria della vicedirettrice. (…) alla fine mi sono reso conto che ciò che mi infastidiva di Letizia era semplicemente il suo accento. Era di paese. (p.17)
Letizia, va da sé, diventa la sua fidanzata. La narrazione procede fra riferimenti culturali artistici e letterari, accentuazione degli aspetti grotteschi delle varie situazioni, dialettismi, e una vaga analisi psicologica dei personaggi e delle relazioni, un po’ troppo oscurata da questa diffusa leggerezza.
“Chiavare è il lirismo del popolo, Libero”. Me lo ripetevo in continuazione. “Perché” mi chiedevo ogni giorno, “perché mi fai questo, Carlo? Perché non mi lasciate in pace, tu e la tua arte?”. A quel punto ero convinto che fosse tutta colpa di Baudelaire. (p.28)
Elvio Carrieri ripete spesso questa formula che mescola i vari piani. Il gioco è piacevole ma appare inconcludente nel mancato evolversi delle cose, le riflessioni di Libero sui carcerati che assistono apparentemente indifferenti alle sue lezioni, sulla famiglia paesana di Letizia, su sé stesso e su diversi luoghi comuni che comunque sembrano rispecchiare correttamente certi modi di pensare dell’Italia contemporanea, non solo della provincia barese. Del resto tutto è palesato in una frequente captatio benevolentiae che si può perdonare a un esordiente che pure usa ogni mezzo possibile per rendersi piacevole, indulgendo forse un po’ troppo in questo autocompiacimento.
Non ero ancora capace di dosare l’incitamento per evitare di rendermi, come nel sesso, una simpatica maschera da teatro. Ma rimanevo convinto del fatto che ciò per cui mi stavo incazzando quella sera, ciò per cui il povero Petronio diventava oggetto del mio sfogo, avesse una sua ragione di esistenza. Ce l’avevo con l’angoscia. Dunque l’angoscia di Petronio, della sua famiglia, di chi sta leggendo questo libro in questo preciso istante. (p.38)
La parte centrale del libro è rivolta alla differenza fra Libero e Felice. Lui, il narratore e protagonista, sospeso in questa condizione di eterno ammiccamento che si fa corazza, l’amico ancora bloccato da esami universitari e da una visione di sé adolescenziale e incapace di responsabilizzarsi in un mondo, quello dell’alta borghesia barese, certo inquietante e non meno indifferente a tutto ciò che è cultura. Felice è diventato asociale crescendo, e tocca a Libero cercare di risvegliarlo dal torpore, cominciando con il fargli incontrare Letizia e il suo mondo.
Elvio Carrieri tocca il tema già noto allo Strega e alla letteratura italiana dello spatriato, ma ha il merito di mostrare l’altra faccia della questione, quella di chi è spatriato in patria, quella che si presta a essere presa in giro, guardata non solo come emblema di vittima, ma di vittimismo, vittima che si autotrafigge. Poi, in modo disunito, appare la figura del padre fuggitivo e ora inspiegabilmente redivivo, e che altrettanto repentinamente scompare.
